Emanuela Orlandi: dopo Sant’Apollinare le indagini ripartono dal super teste

Le ossa trovate nella cripta della basilica di Sant'Apollinare dove era sepolto il boss della banda della Magliana De Pedis non appartengono né a Emanuela Orlandi né a Mirella Gregori. Si riparte dalle rivelazioni di Marco Fassoni Accetti.

Non appartengono a Emanuela Orlandi le ossa ritrovate a Roma, nella cripta della basilica di Sant'Apollinare dove dal 1990 al 2012 rimase sepolto il boss della banda della Magliana Enrico Renatino De Pedis. La salma era stata traslata l’anno scorso dopo il via libera del Vaticano.

A indicare la pista Sant’Apollinare per la soluzione del mistero della scomparsa di Emanuela - la figlia di un commesso vaticano sparita il 22 giugno del 1983 a 15 anni e mai più ritrovata - era stata una telefonata anonima arrivata a "Chi l'ha visto?": era lì, in quella cripta, che bisognava cercare per risolvere il caso, e questo in virtu «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti».

Così divenne di pubblico dominio che De Pedis era sepolto nella basilica insieme ad alti prelati, come un benefattore della Chiesa. Si scatenò un mare di polemiche, poi l’intervento della procura capitolina, la traslazione della salma e 17 mesi di indagini.

Su disposizione della magistratura gli specialisti del laboratorio Labanof hanno esaminato tutti i resti ritrovati nelle tomba di De Pedis che non appartenevano a lui ed hanno chiarito una volta per tutte che però quelle ossa non sono nemmeno di Emanuela.

L’unico indagato per la scomparsa e l’omicidio di Emanuela è il fotografo Marco Fassoni Accetti, il supertestimone che ha confessato di essere stato uno dei telefonisti del sequestro. L'uomo che si è autoaccusato di aver preso parte al rapimento in quanto membro di un «nucleo di controspionaggio» occidentale in grado di condizionare i vertici del Vaticano.

 Dopo il buco nell’acqua di Sant’Apollinare le indagini devono ripartire per forza da lui.

Ma perché Emanuela sarebbe stata rapita (e poi uccisa)? Secondo quanto riferisce Accetti, ed è riportato dal CorSera di oggi - i sequestratori della cittadina vaticana promisero di restituire sana a salva la ragazza «in cambio» della scarcerazione di Alì Agca, l’attentatore di Papa Woytila, il terrorista turco militante della formazione di estrema destra nota come Lupi grigi.

Accetti dice di essersi deciso a vuotare solo ora il sacco per il «vento nuovo» che si respira in Vaticano da quando sul soglio di Pietro è salito papa Francesco. Secondo l’indagato il rapimento era stato progettato perché durasse pochi giorni e sarebbe da inquadrarsi in una faida tra due opposte fazioni delle gerarchie vaticane.

La parte progressista, composta soprattutto da alti prelati lituani e francesi, era infatti contraria alla linea anticomunista di Wojtyla e sul finire dei Settanta avrebbe fatto pressioni affinché lo Ior del cardinale Marcinkus frenasse l’invio di fondi al sindacato polacco Solidarnosc, fulcro della ribellione a Mosca.

Poi cosa è successo? Accetti racconta che dopo l’attentato a Giovanni Paolo II, il 13 maggio del 1981, questo «nucleo di controspionaggio» avrebbe messo in atto il doppio «prelevamento». Agca ritrattò «le calunnie» contro i servizi segreti bulgari, indicati come i responsabili sull’attentato. Gli era stato fatto credere che sarebbe stato liberato sia grazie alle pressioni sul Vaticano legate alla scomparsa di Emanuela Orlandi, sia grazie a quelle sull’Italia per la scomparsa, avvenuta sempre a Roma un mese prima di quella di Emanuela, di Mirella Gregori, anche lei 15enne.

Ad Agca sarebbe stato garantito che l’allora presidente della Repubblica Pertini gli avrebbe concesso la grazia, poi arrivata sì ma nel 2000. E Accetti parla anche della scomparsa della Gregori, rivendicata tra il 1983 e il 1984 dagli stessi Lupi grigi, anche lei mai ritrovata. Secondo il super teste Mirella sarebbe stata rapita il 7 maggio 1983, non il 6 o l’8, in quanto: «il 7 era un codice: doveva richiamare ad ambienti interni il 7 giugno dell’anno precedente, data dello storico incontro tra il papa polacco e il presidente Usa Reagan, in cui i due decisero di potenziare i finanziamenti a Solidarnosc da noi osteggiati».

Il testimone è stato molto preciso su 4 telefonate fatte dopo il sequestro di Emanuela, fornendo riscontri giudicati attendibili dagli inquirenti: l'impressione è che sappia molto di più di quanto detto finora. Intanto la procura si appresterebbe a chiederne il rinvio a giudizio.


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