21 anni fa la strage di Via D’Amelio. Chi è il pentito Gaspare Spatuzza

Oggi nel 21esimo anniversario della strage di Via D’Amelio è il giorno della memoria, con diversi appuntamenti iniziati già dal pomeriggio di ieri e commemorazioni che proseguiranno fino a domani.

Il 19 Luglio del 1992 alle ore 16.58 il giudice antimafia Paolo Borsellino veniva fatto saltare in aria a Palermo sotto casa della madre, in via D’Amelio, insieme a cinque agenti della sua scorta. Nemmeno due mesi prima Cosa nostra aveva ucciso nella strage di Capaci il giudice e fraterno amico di Borsellino Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta.

La mafia inaugurava la sua stagione stragista con la quale, secondo quanto sostiene l’accusa nel processo in corso sulla trattativa tra istituzioni e boss, voleva convincere lo Stato a scendere a patti, a cominciare dall’eliminazione del 41 bis.

Oggi nel 21esimo anniversario della strage di via D’Amelio è il giorno della memoria, con diversi appuntamenti iniziati già dal pomeriggio di ieri e commemorazioni che proseguiranno fino a domani. In uno di questi momenti il fratello di Borsellino, Salvatore, riferendosi all’agenda del giudice sparita dal luogo dell’attentato ha detto:

''L'agenda rossa non verrà mai trovata perché chi c'è l'ha la usa per continuare il complotto di questa Repubblica, per fare i suoi ricatti incrociati attraverso i quali si possono spiegare dei fatti che altrimenti non avrebbero una motivazione''.

Borsellino secondo i pm palermitani sarebbe stato ucciso proprio perché era venuto a conoscenza delle presunta trattativa Stato-Mafia: il giudice era un ostacolo da eliminare a ogni costo.

Nelle indagini per la strage di via D’Amelio si è rivelata essenziale la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza. Ex sicario della cosca di Brancaccio fu lui rubare la Fiat 126 imbottita di esplosivo che venne poi piazzata sotto l’abitazione della madre del giudice.

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia hanno portato alla scarcerazione di sette persone che erano state condannate ingiustamente all’ergastolo e per le quali ci sarà un processo di revisione.

Spatuzza ha smascherato un clamoroso depistaggio delle indagini operato secondo gli inquirenti da Vincenzo Scarantino, autoaccusatosi di aver rubato la 126, di averla poi imbottita di esplosivo assieme a Salvatore Profeta e altri complici con i quali avrebbe poi messo in pratica l’attentato.

Nel 1996 vennero condannati all’ergastolo i presunti responsabili della strage, poi Spatuzza nel 2008 salta il fosso e racconta tutta un’altra storia: quella Fiat 126 l’aveva rubata lui e Scarantino era solo un “manovale” di Cosa nostra:

“al massimo, alla Guadagna, vendeva sigarette di contrabbando”.

Spatuzza al processo Borsellino quater lo scorso mese ha spiegato:


"Dal 1992 al gennaio del 1994 la famiglia mafiosa di Brancaccio, a cui io appartenevo, si è resa autrice di crimini che non entrano nell'ottica sia pur perversa di Cosa nostra: alludo alle stragi di Falcone e Borsellino e agli attentati del Continente".

Ai giudici l'ex killer ha raccontato per filo e per segno il furto dell’auto poi trasformata in bomba:


Avvertii Graviano che l'auto non era di persone che conoscevamo. Lui mi chiese se era in buone condizioni e quando io gli esposi i difetti che aveva mi disse di sistemarli e di renderla efficiente.

E ancora, a proposito di Scarantino:

“Seppi da Nicola Di Trapani delle violenze e delle vessazioni che Vincenzo Scarantino aveva subito nel carcere di Pianosa".

Per questo Scarantino si è autoaccusato della strage tirando in ballo anche altre persone? L’uomo ha denunciato di aver subito delle pressioni dalla polizia per sostenere tesi accusatorie in merito alla strage di via D’Amelio. Di recente è comparso in aula a Palermo dove ai giornalisti ha detto di sentirsi abbandonato dallo Stato, di avere adesso più paura delle istituzioni che della mafia.

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