Omicidio Melania Rea: la memoria difensiva dei legali di Salvatore Parolisi


Salvatore Parolisi temeva che la moglie Melania Rea - del cui omicidio è accusato - o la soldatessa amante Ludovica potessero metterlo nei guai con l’Esercito? Ecco quello che Salvatore disse come testimone - senza avvocati all’epoca non era indagato - il 10 e l’11 maggio scorsi in 3 audizioni nella caserma di Castello di Cisterna (Napoli).

«Se un'allieva va a denunciare che un istruttore gli ha fatto delle avances, ed è successo, ti mandano in culonia perché è vietato», dice il caporal maggiore al pm ascolano Umberto Monti, intendendo dire che l'avrebbero cacciato dall'esercito.

Ma Parolisi teme anche che sia la moglie a denunciare lo scandalo. «Se andava a denunciare un comportamento comunque scorretto che io avessi avuto con un'allieva», dice agli inquirenti, «sarebbe stata la stessa punizione».

Tali dichiarazioni, ricorda Il Centro

Per il codice di procedura penale non possono essere usate come prova, ma allungano ombre inquietanti sul movente di un delitto diventato un caso nazionale. Sono le parole di un Salvatore Parolisi spaventato dall'idea di perdere il posto nell'esercito.

Anche se

è proprio in queste parole che secondo i magistrati ascolani (i primi ad indagare prima che l'inchiesta passasse alla procura di Teramo per competenza territoriale) si delinea quell'imbuto che lo avrebbe portato ad uccidere la moglie. Un uomo - sempre secondo l'accusa - stretto tra le richiese ogni giorno più pressanti dell'amante (a cui aveva promesso che si stava separando e che avrebbe passato la Pasqua ad Amalfi con la sua famiglia) e di una moglie che sapeva di essere stata tradita e che quindi era sempre molto attenta ad ogni suo movimentoParolisi, dunque, temeva che uno scandalo sollevato dalla denuncia di una delle due donne potesse fargli perdere lavoro e stipendio. Basta per uccidere? Sì secondo le due procure che accusano il caporal maggiore e che sono concordi sul movente passionale del delitto.

Intanto la difesa di Parolisi è pronta a presentare al gip istanza per un incidente probatorio. Secondo gli avvocati Valter Biscotti e Nicodemo Gentile infatti l’ora e persino il giorno della morte di Melania sarebbero incerti.

Nella memoria difensiva dei legali si parla anche di cani molecolari che avrebbero fiutato le tracce di Melania a Colle San Marco, dove nessun testimone ricorda di averla vista insieme al marito e alla figlia piccola, tra le 14:20 e le 15.20 del 18 aprile scorso.

Parolisi ha detto fin dal primo momento che Melania è sparita lì, dopo essersi allontanata per un bisogno fisiologico. Nella memoria presentata al Riesame dell’Aquila - che ha negato la scarcerazione dell’indagato - i legali scrivono di «indagini a senso unico contro Parolisi».

Le due procure, Ascoli e Teramo, concordano sul fatto che quel 18 aprile Melania non sia mai stata a Colle San Marco. (...) «Non ricordare di aver visto qualcuno», scrivono i legali, «non equivale a dimostrare che quel qualcuno non era presente in un certo posto. Il non ricordo non può in alcun modo assurgere a parametro di prova, tantomeno ove la circostanza da provare sia, come nel caso in esame, l'assenza di una persona».

I legali sottolineano come nei primissimi momenti della scomparsa della donna i cani molecolari abbiano fiutato la presenza di Melania a Colle San Marco. «L'animale non solo ha fiutato le tracce di Carmela Rea», si legge a pagina 53 della memoria, «mai si è diretto senza esitazioni verso il percorso indicato da Parolisi, indugiando in prossimità del monumento ai Martiri della Resistenza e addendrandosi per un sentiero impervio. L'odore della donna è stato prelevato da alcune sue scarpe, dal rimmel e dal lucidalabbra prelevati direttamente nell'abitazione rispettando tutte le procedure per evitare ogni rischio di contaminazione». Un percorso che sarebbe stato fatto più volte e sempre con lo stesso esito.

Sempre secondo i legali poi un assassino non rischierebbe di lasciare la vittima in agonia...

«La logica e il comune buon senso», scrivono a pagina 87, «insegnano che uno spietato assassino, soprattutto ove sia riconoscibile dalla vittima, non l'abbandona mai agonizzante ma si accerta che sia morta».

C’è poi un altro elemento che gli avvocati evidenziano, sorretti da una perizia sui tabulati telefonici.

C'è un buco nella mattinata del 19 aprile: è quello che secondo gli investigatori avrebbe consentito a Parolisi di tornare a Ripe per depistare le indagini infliggendo segni sul cadavere della moglie. Ma a quell'ora, seostengono i legali, Parolisi era al telefono con Ludovica, la sua amante, in una zona di Folignano. E questo è stato accertato dai tabulati telefonici. Dopo la chiamata Parolisi è andato nella caserma di Ascoli. Da quel momento è non è più stato solo.

Nel frattempo l'avvocato della famiglia Rea Mauro Gionni ha chiesto il sequestro delle interviste rilasciate in Tv da Salvatore Parolisi prima che fosse indagato, mentre a giorni i pm di Teramo dovrebbero sentire quale testimone la soldatessa Ludovica.

Via | Il Centro

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