Bari, omicidio Cesare Diomede: le indagini


Le avvisaglie non erano mancate. “Questo omicidio non ci ha colto di sorpresa” ha detto il procuratore aggiunto di Bari Pasquale Drago commentando l’agguato in cui è morto il 39enne Cesare Diomede, sorvegliato speciale, presunto appartenente all’omonimo clan ritenuto legato ai Mercante. L’uomo, ne parlavamo ieri, è stato ucciso in strada nel quartiere Picone domenica sera intorno alle 21:30.

Un proiettile gli ha reciso l’arteria femorale ed è morto dissanguato, a pochi metri dalla sua abitazione. “Ci aspettavamo una recrudescenza degli episodi criminali in tutta la città - ha continuato Drago -. Da tempo avevamo avuto sentore che qualcosa stava per succedere." "La settimana scorsa, per esempio, al quartiere San Girolamo la polizia ha fermato due persone armate di pistola con colpo in canna."

"I clan si stanno riorganizzando e ci sono anche dei rimpasti nelle organizzazioni criminali che attingono pure dalle nuove leve”. Chi ha aperto il fuoco voleva essere sicuro di non sbagliare: sedici i colpi di pistola esplosi all’indirizzo di Cesare Diomede che stava tornando a casa a piedi. Almeno due i killer e due le pistole che sarebbero state usate.

Una è stata trovata di fianco al cadavere, si tratterebbe di una calibro 9 di fabbricazione cinese. E ora in città la paura di una guerra tra clan - che vorrebbero espandere la loro influenza al di fuori dei quartieri “d’origine” - si fa concreta.

Scrive La Gazzetta del Mezzogiorno:

La vittima era il figlio di Biagio, vecchio boss del quartiere Carrassi e nipote del più noto Giuseppe Diomede, figura di spicco della criminalità del quartiere San Paolo, meglio noto come "Pinuccio il cantante" o "Pino Diò". Pur non di frequente presente nelle recenti pagine di cronaca nera, la famiglia Diomede fece parlare molto di sè negli anni Novanta. Suo zio Giuseppe, insieme con Nicola Diomede, furono condannati all’ergastolo in primo grado in quanto ritenuti i mandanti della strage di 'San Valentinò, in realtà eseguita da altri tre uomini divenuti, in seguito, tutti collaboratori di giustizia e tutti condannati con rito abbreviato con pene che variano tra 14 ai 16 anni di reclusione (...).

Le indagini sono affidate ai carabinieri sotto il coordinamento della Dda.

Via | La Gazzetta del Mezzogiorno

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