Arrestato latitante Giuseppe Lucarelli sul lungomare di Napoli


Giuseppe Lucarelli, latitante, è stato arrestato ieri dalla polizia penitenziaria. L'uomo, ritenuto membro del clan di camorra Alfano-Cimmino, deve scontare 9 anni di carcere per associazione di stampo mafioso, concorso in estorsione e rapina aggravata. Nel 2002 era evaso dal regime di semilibertà cui era stato sottoposto e aveva fatto perdere le sue tracce. Fino a ieri quando è stato bloccato in via Caracciolo, sul lungomare di Napoli, dopo un inseguimento.

Le indagini all'inizio sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Massa e poi trasferite per competenza alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Il clan Alfano-Cimmino è attivo nei quartieri collinari del capoluogo partenopeo, Vomero, Arenella, Posillipo, con il benestare dell'Alleanza di Secondigliano. I killer del clan Alfano, uno di loro si è poi pentito, uccisero per errore Silvia Ruotolo l'11 giugno del 1997. L'obiettivo era un boss di un clan rivale, ma a morire quella mattina in via Arenella fu una giovane mamma che teneva per mano il figlio di 5 anni appena uscito da scuola.

Rosario Privato dopo quell'omicidio decise di collaborare con i magistrati. Condannato a 43 anni di carcere, 26 per la morte di Silvia Ruotolo, nei giorni scorsi - 14 anni dopo quell'11 giugno - ha concesso la sua prima intervista di sempre a Repubblica. Chiede perdono ma, aggiunge, non se lo aspetta.

Signor Privato, che cosa ricorda di quel giorno?
«Alfano ebbe una telefonata di qualcuno che gli diceva che in Salita Arenella, dove abitava Cimmino, c’era una riunione con il boss Caiazzo. Il nostro obiettivo era Caiazzo. Siamo partiti dalla Torretta».

E poi?
«Salimmo tutti nella prima macchina, che aveva superato l’incrocio di via Orsi. Arrivati in piazza Arenella, incrociammo due moto con a bordo lo stesso Caiazzo e alcuni dei suoi. Ricominciammo a sparare».

La signora Ruotolo era già stata colpita?
«Sì, la signora era stata colpita nella prima sparatoria. Ed è stata colpita da un proiettile che era entrato e uscito dalla spalla di uno dei due sulla Vespa».

Il proiettile era partito dalla sua pistola?
«Non lo so, ma siamo tutti colpevoli di quella morte».

Lei ha visto il bambino?
«Non abbiamo visto nemmeno la signora Ruotolo. Lo abbiamo saputo dai telegiornali».

(...) Ha mai visto il marito di Silvia Ruotolo o i suoi figli in televisione?
«Sì, ho visto anche la figlia in un’intervista».

Che effetto le ha fatto?
«Vedere la figlia non mi ha sconvolto. Se vedo il marito mi sconvolge di più».

Ha mai pensato di parlargli o di scrivergli una lettera?
«All’inizio ho pensato di scrivere una lettera, ma in queste circostanze non sai come iniziarla».

Che cosa gli vorrebbe dire?
«Vorrei dire che mi dispiace, solo questo. Non vorrei aggiungere frasi banali e scontate».

Lei pensa che possano perdonare?
«Forse proprio per questo non ho mai scritto».

Che cosa gli vorrebbe dire?
«Vorrei dire che mi dispiace, solo questo. Non vorrei aggiungere frasi banali e scontate».

Lei pensa che possano perdonare?
«Forse proprio per questo non ho mai scritto».

Ma lei vorrebbe chiedere perdono?
«Sì, se ce ne fosse la possibilità. Ma non mi aspetto il perdono».

Come mai ha deciso di collaborare con la giustizia?
«Non l’ho fatto per la galera e per la prospettiva di non uscire più, l’ho fatto per il marito di Silvia Ruotolo».

Il marito della Ruotolo l’ha fatta pentire?
«Vederlo in tv mi ha portato a decidere di cambiare vita».

Lei ha confessato quaranta omicidi?
«Giusto».

Ricorda tutte le sue vittime?
«No».

Le rivede in sogno?
«No».

Quanto guadagnava facendo il camorrista?
«Come autista guadagnavo quattro milioni di vecchie lire al mese».

E da killer?
«Tra nove e dieci milioni al mese».

Il resto dell'intervista qui.

Foto | Flickr

  • shares
  • Mail