Cold case: omicidio Maria Armando Montanaro, uccisa nel '94. Le nuove indagini


Maria Armando Montanaro venne uccisa il pomeriggio del 23 febbraio 1994 nella sua abitazione a San Bonifacio, Verona. Aveva 43 anni. A dare l’allarme quella sera fu una delle figlie, all’epoca 19enne. Quando i carabinieri arrivarono a casa della vittima - vedova, di professione infermiera - trovarono il cadavere in un lago di sangue, in camera letto.

La donna era svestita dalla cintola in su, il viso coperto da una maglietta. L’assassino l’aveva percossa, uccisa a coltellate, infierito sul corpo. Le indagini puntarono subito sul delitto passionale, a caccia di un possibile amante geloso, di una relazione forse finita male, di un maniaco.

Maria Montanaro in quel periodo frequentava un uomo, un ex preside di scuola media, che divenne il sospettato numero uno. Alessio Biasin venne arrestato, finì in carcere ma dopo quattro mesi sarà scagionato da ogni accusa.

Una perizia aveva stabilito che l’impronta di scarpa rilevata nell’appartamento del delitto non apparteneva a una calzatura dell’uomo. Non era stato lui a sferrare 21 coltellate contro la donna. Biasin è morto una decina di anni fa in un incidente d'auto in cui hanno perso la vita anche moglie e figlia.

Un delitto irrisolto, senza un movente, senza un colpevole. Così per 17 anni. Qualche mese fa le indagini sull’omicidio Montanaro sono state riaperte. Gli inquirenti sono al lavoro su una nuova ipotesi per spiegare l’assassinio, ipotesi che sarebbe legata a questioni economiche, di eredità.

Nessun delitto a sfondo passionale, le modalità di ritrovamento del cadavere farebbero parte di una messa in scena, di un tentativo di confondere le acque. E nel mirino degli inquirenti sono finite le figlie di Maria Armando Montanaro e tre amici, all’epoca dei fatti tutti poco più che maggiorenni.

Al centro della nuova inchiesta c’è una intercettazione, fatta a novembre dell'anno scorso, in cui una delle amiche delle figlie dell’infermiera uccisa, Alessandra Cusin, farebbe al fidanzato delle ammissioni sul suo coinvolgimento nel delitto.

Il ragazzo, scriveva L’Arena due mesi fa, ne sarebbe venuto a conoscenza la prima volta nel 2008 dalla stessa Cusin. Così, uscito dal carcere dove scontava una condanna per rapina, avrebbe deciso di collaborare con i carabinieri di San Bonifacio per fare intercettare i suoi colloqui con la ragazza.

I pm di Verona ad aprile avevano chiesto cinque arresti, per le due figlie della vittima, Cristina e Katia Montanaro, e i tre amici. Il gip ha rigettato le richieste dell’accusa per un vizio formale, ha ritenuto non utilizzabile l’intercettazione perché non era stata autorizzata.

Il Riesame di Venezia però il 21 aprile ha in parte accolto il ricorso del pm di Verona Giulia Labia, decidendo per l'arresto di Alessandra Cusin, ma non degli altri quattro indagati perché a loro carico mancano i gravi indizi di colpevolezza. La difesa della Cusin ha presentato ricorso in Cassazione bloccando l’eventuale esecuzione del provvedimento cautelare.

I pm subito dopo la decisione hanno annunciato «ulteriori approfondimenti». Esami del Dna sono in corso su alcuni capelli trovati nella casa dell'omicidio, le moderne tecniche investigative potrebbero fornire i riscontri cercati, non è escluso che saranno riesaminati anche gli altri reperti catalogati sulla scena del delitto 17 anni fa.

Nell’accogliere la richiesta di arresto per Alessandra Cusin i giudici del Riesame parlano di «reiterata confessione». Scrivono inoltre che la donna, così come risulta dall’intercettazione, «dimostra di conoscere particolari della vicenda che persone estranee al fatto difficilmente avrebbero potuto sapere e, soprattutto, ricordare a tanti anni di distanza». Gli elementi raccolti sono stati considerati «gravi e concordanti».

Le esigenze di custodia cautelare, scrivono i giudici di Venezia, sussistono perché si tratta di «una persona che ha già dato ampia dimostrazione di non tenere in alcuna considerazione... il bene primario dell'altrui incolumità personale».

La difesa della Cusin aveva ribattuto alla richiesta di arresto del Riesame: «Le intercettazioni ambientali dei colloqui tra la mia assistita e il suo fidanzato sono contradditorie. Basta vedere le varie versioni sul numero di coltellate data dalla mia cliente. Nelle intercettazioni si parla di 16, 39 coltellate quando in realtà sono state 21»; «presenteremo ricorso in Cassazione contro il provvedimento del riesame e fino a quella decisione, la mia assistita non verrà arrestata».

Per il legale della donna poi l’intercettazione del colloquio è avvenuta in ambito domestico il che era stato esplicitamente vietato dal giudice delle indagini preliminari.

Il Riesame all’obiezione aveva risposto che gli investigatori non hanno documentato «in modo specifico ove le stesse (intecettazioni, ndr) sono state effettuate» aggiungendo che per arrivare al provvedimento d’arresto, ha usato colloqui non avvenuti in dimora privata ma sicuramente al di fuori delle case di abitazione.

Anche gli altri quattro indagati continuano a proclamare la loro assoluta estraneità al delitto. A cominciare da Cristina Montanaro, difesa dall'avvocato Caterina Rossato: «Hanno ucciso per l'eredità?»; «ma lo sa che Cristina aveva affidato tutti i suoi risparmi alla madre prima di andarsene da casa. A lei non sono mai interessati i soldi».

«Si era conosciuta con il suo fidanzato, Salvador Versaci, all'inizio di quel febbraio del 1994. È inconcepibile che nel giro di una ventina di giorni, organizzino un omicidio così efferato». E sui rapporti con la sorella Katia: «Sono sempre andate d'accordo e Cristina non ha mai creduto a quelle voci secondo le quali Katia aveva sospetti su di lei per l'omicidio della madre».

Foto | L'Arena

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