Edoardo Montolli a crimeblog. Intervista sullo Speciale strage di Erba pubblicato da «Oggi»


Due libri sulla strage di Erba (Il grande abbaglio, del 2008; L’enigma di Erba, del 2010) e uno speciale uscito la scorsa settimana su Oggi.it. Di (e con) Edoardo Montolli abbiamo parlato più di una volta su Crimeblog (qui la nostra ultima intervista).

Nuovi dettagli, materiale esclusivo, foto, intercettazioni, verbali degli interrogatori e più di un dubbio sulla colpevolezza dei coniugi Romano. Trovate tutto sulle pagine on line del settimanale, un libro-inchiesta multimediale da sfogliare, leggere, ascoltare. Noi abbiamo fatto qualche domanda all’autore.

Prima però riepiloghiamo la vicenda. La sera dell’11 dicembre 2006 in un appartamento di una corte ristrutturata nel centro di Erba (Como) vengono uccisi a sprangate e colpi di coltello Raffaella Castagna, suo figlio Youssef Marzouk, 2 anni, la nonna del bambino Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini.


Suo marito, Mario Frigerio, si salverà per miracolo diventando l’unico testimone della mattanza. Il marito di Raffaella Castagna, Azouz Marzouk, invece non era in casa al momento dell’aggressione. Si trovava in Tunisia, dai genitori. Il movente per i giudici della Corte d'Appello di Milano è da ricercare nell’odio maturato dai Romano per i Castagna e in particolare per Raffaella che li aveva anche denunciati per un’aggressione subita nel 2005. Due giorni dopo la strage Olindo e Rosa sarebbero dovuti comparire in tribunale per la prima udienza della causa civile.

Edoardo Montolli è anche l’autore del libro-inchiesta “Il Caso Genchi – Storia di un uomo in balia dello Stato” uscito nel 2009. Di Gioacchino Genchi - l'ex funzionario di polizia ed ex consulente informatico di diversi magistrati, tra cui Giovanni Falcone e Luigi De Magistris, destituito a febbraio dell’anno scorso - abbiamo parlato spesso in passato, anche con Edoardo. Per chi fosse interessato segnalo questa recentissima intervista all’ex vice questore di Palermo su Notte Criminale. Ma torniamo alla strage di Erba.

Edoardo, partiamo dalla confessione di Mario Frigerio. Il sopravvissuto, in condizioni ancora precarie, dal letto dell’ospedale, non indica subito in Olindo l’aggressore. Parla invece di un uomo di carnagione olivastra. Nel dossier sono riportate alcune intercettazioni di Frigerio "che avrebbero potuto smentire i testimoni" respinte al processo d’Appello perché arrivate “fuori termine”. Di cosa si tratta?


«Poco prima della sentenza del processo di Milano, emersero due intercettazioni in ospedale, dove Frigerio era ricoverato, clamorose. Frigerio in aula disse infatti testuali parole: "Guardi, io non volevo ancora dirlo proprio perché volevo capire ma quando alla fine mi è uscito il nome volevo come liberarmi e gliel’ho detto al comandante Gallorini perché era proprio un peso che avevo, che volevo dirlo. Infatti mi sono liberato e gli ho detto “sì, è lui". Anche il figlio Andrea disse in aula che dopo il colloquio con il comandante Gallorini, suo padre "aveva l’espressione come se dicesse “ci siete arrivati”, come se si aspettasse quel nome”. E ancora: “francamente si capì il senso era che poteva essere stato lui.” E di nuovo: “E dopo il colloquio coi carabinieri gli ho chiesto se era sicuro, gli ho chiesto…” E il padre sempre a dire di sì. Il colloquio tra Mario Frigerio e Gallorini era del 20 dicembre. In una lunga intercettazione di due giorni più tardi, ossia del 22 dicembre, che riportai due giorni prima della sentenza sul settimanale Oggi, appena scoperta, si scoprì invece che il testimone non ricordava nulla quando era con il suo legale Manuel Gabrielli.

La voce del legale era sconsolata. E dava a Frigerio un consiglio: avrebbe dovuto cercare piano piano di rivivere la giornata con assoluta calma, i momenti anche di qualche giorno prima, se la moglie avesse detto qualcosa, “descrivere un film”, tipo se aveva visto qualcuno o se “c’era la macchina di un vicino da quell’altra parte”. Eppure Frigerio doveva essere già sicuro di Olindo, invece il nome non veniva fuori. E Gabrielli insisteva: “lo so però lei dice non so cosa dire perché pensa solo a quell’ultimo momento, lo abbandoni quell’ultimo momento”, e sosteneva che magari potesse aver sentito qualcosa con le “orecchie dell’anima”, che l’avevano allarmato. Gli chiese di Azouz, dei litigi. E alla fine si arrese: “Guardi l’unica cosa che posso dire è di cercare di fare uno sforzo” E ancora: “Adesso vediamo la magistratura cosa scopre, lei provi a fare questo sforzo poi piano piano provi a vedere qualcosa. Quando lei è arrivato non si ricorda se c’era qualcheduno..no… il cortile era vuoto”

La voce di Frigerio non si sentiva. Ma evidentemente non rispondeva a qualsiasi stimolo. E l'avvocato: “Se le dovesse venire in mente qualcosa lo dica ai suoi figli”. Poi, ripensandoci: “Ma lei si ricorda di questo viso qua si ricorda il viso o si ricorda solo una particolarità del viso…” Frigerio sussurrò. E il legale: “erano proprio capelli?” “Penso di sì” E due giorni, dopo, il 24 dicembre, Frigerio disse alla figlia Elena di non aver un "c...da dire" ai pm che sarebbero arrivati 48 ore più tardi. Si tratta di audio diametralmente diversi dalle versioni fornite in aula dal testimone e dal figlio. Gli audio originali, sono ancora presenti sul sito de Il Giornale, che li ebbe come anticipazione dal settimanale Oggi. E i link li si trovano all'interno del libro multimediale su www.oggi.it, al capitolo 3. Credo non li abbia mai ascoltati nessuno. L'istanza presentata dai legali fu infatti respinta dai giudici perchè arrivata "fuori termine". Si va all'ergastolo anche così, perchè si arriva fuori termine. Mercoledì, su questo punto, ci saranno nuove importantissime novità. Ma la domanda è una: se gli audio respinti ci dicon questo, cosa accadde allora nella mente del testimone tra il giorno 24, quando disse ai figli di non aver nulla da dire ai pm, e il 26, quando proprio ai pm disse di aver riconosciuto subito Olindo?»

Dopo il riconoscimento di Frigerio viene trovata dai carabinieri di Como, non dagli esperti del Ris, una macchia di sangue di Valeria Cherubini sul battitacco dell'auto dei Romano. È l’unica traccia che collega i coniugi alla strage?


«Sì, ed è la parte più lunga e credo interessante dell'inchiesta, cui ho dedicato il capitolo 5 con le foto originali di quella repertazione, da cui il lettore potrà notare svariate incongruenze. In casa delle vittime non furono trovate tracce dei Romano. Fu trovata un'impronta di scarpa mai identificata, un'impronta dattiloscopica mai identificata, ma dei Romano niente. Si disse che il luogo era inquinato. E va bene. Più difficile da spiegare era però il fatto che non ci fosse a casa dei Romano, per nulla inquinata, alcuna traccia delle vittime. Ed è difficile da spiegare, specie se si pensa che il Ris trova tracce anche dopo che si è lavato da dieci anni, come nel caso del massacro dei Carretta da parte del figlio Ferdinando. Quella macchia, dunque, una macchia definita "concentrata più che diluita" dal genetista forense che l'analizzò, Carlo Previderè, rimase tuttavia invisibile al Crimescope, che rileva macchie appunto concentrate, e fu rilevata solo grazie al Luminol che, precisò il brigadiere che la trovò, Carlo Fadda, trova macchie latenti quando questa è stata pulita o lavata. E' insomma, un ossimoro difficilmente spiegabile.

Nel primo libro che dedicai al caso e che scrissi con Felice Manti, Il grande abbaglio, mi accorsi, e con me il collega, che il carabiniere che perquisì l'auto la mattina successiva alla strage, era lo stesso carabiniere che con gli altri tre presenti sul verbale era entrato nella corte. Lui, in particolare, salì nella casa di Valeria Cherubini. Ed ecco che, scrivemmo, accidentalmente, poteva così aver veicolato la traccia, calpestando prima il sangue del palazzo e poi il battitacco dell'auto. Ma in tribunale, per quanto un verbale dei carabinieri sia un importantissimo atto pubblico, i carabinieri sostennero che nessuno dei 4 a verbale aveva "materialmente" fatto la perquisizione, e che questa era stata compiuta da un quinto carabiniere, che però a verbale non c'era. E che era anche l'unico dei cinque a non essere entrato nella Corte. Ed ecco che dunque la macchia poteva a quel punto averla portata solo Olindo, anche se, come spiegazione, risulta un po' difficile da digerire in uno Stato di diritto. Ma in quel capitolo, sulla macchia, metto molti altri elementi mai emersi a processo. Come l'uomo senza volto che appare quando si alza la luminosità di una delle foto dei carabinieri, un uomo di cui nessuno conosce identità e ruolo e di cui Fadda mai parla, e proprio la sera in cui viene repertata la macchia.»

Il 10 gennaio 2007 è il giorno della dettagliata confessione dei Romano. Nel dossier si legge che a Rosa Bazzi furono rilette tutte le dichiarazioni del marito. Con quali modalità arrivano le ammissioni di colpevolezza dei coniugi?


«Nel dossier online, gratuito e sfogliabile direttamente dal sito, c'è proprio il verbale originale, in cui i magistrati danno atto che alla donna vengono rilette le dichiarazioni iniziali, successive e finali del marito. E lei conferma. Nonostante questo, e nonostante la sentenza di appello abbia sottoscritto che quelle confessioni mescolavano verità e bugie, perchè troppe cose non tornavano, altri dettagli per nulla secondari lasciano di stucco. A parte i 243 errori del solo Olindo contati dalla difesa, mentre su Rosa è impossibile contarli, ai due coniugi furono mostrate le foto della strage, anche se al gip non fu mai comunicato. Ma siccome, dopo due gradi di giudizio, ancora in tv esperti, giornalisti e precise persone identificabili nel video di Matrix presente nel dossier, negavano questo fatto, ho pubblicato i verbali che lo dimostrano. Un pezzo di audio mai trascritto dell'interrogatorio di Olindo del 10 gennaio in cui la cosa è evidente, e perfino qualche secondo di requisitoria del pm di Como Massimo Astori, che lo dice. E questo non è un dettaglio da poco, perchè è stato detto che, nonostante gli errori, gli imputati conoscevano dettagli che solo gli assassini potevano conoscere. Gli assassini e, forse, chi guardava le foto.»

Di recente Azouz Marzouk, ha manifestato dubbi sulla colpevolezza dei Romano in Tv, a Quarto grado. Carlo Castagna si è detto basito, scioccato. E Pietro Castagna, fratello di Raffaella, a Matrix ha affermato che le parole di Marzouk nei suoi confronti sono "macigni", dicendosi stanco di essere accusato velatamente “da tutto il collegio difensivo”. Anche Mario Frigerio ha gridato allo scandalo (“è una vigliaccata”) confermando ancora una volta di non aver fatto subito il nome di Olindo perché "mi sembrava assurda tutta questa violenza. Ma non stavo scegliendo un nome a caso, sapevo che era lui.”

La domanda è, chi ha indagato ha mai preso in considerazione un’altra pista che non fosse quella dei Romano sia prima che dopo la confessione e la successiva ritrattazione?


«Nel sesto capitolo documento con verbali, testimonianze e fatti del tutto inediti, come non fu seguita alcuna altra pista se non quella dei Romano. Nessuna. E che il comandante andò da Frigerio a fare il nome di Olindo chiedendogli se la "figura nera" che avesse di fronte potesse essere il vicino di casa, quattro giorni dopo aver scritto nel suo rapporto che gli stracci sequestrati la notte stessa della strage a casa dei Romano, dopo l'analisi del Ris, non risultavano affatto sporchi di sangue. Si imboccò nonostante questo, il movente abnorme dei litigi di vicinato, e quella fu l'unica strada percorsa, verso uno spazzino e sua moglie analfabeta.»

A Olindo è stata intanto concessa una perizia psichiatrica per l’aggressione a un’agente di Polizia penitenziaria compiuta nel carcere di Piacenza a gennaio 2009. Perizia non concessa invece per la strage. Nella vita dei coniugi precedente alla mattanza “non si ravvisano elementi che indichino un disequilibrio, un’alterazione patologica dei rapporti tra di loro e con l’esterno” motivarono i giudici di Milano. Non sarebbe stato utile vagliare la piena imputabilità di entrambi?

«Credo che il segnale più importante della personalità disturbata di Olindo siano i cosiddetti pizzini, e cioè ciò che scriveva sulla sua Bibbia, dichiarando la propria colpevolezza prima, e la propria innocenza poi. Si è detto che quella era una prova della sua sicura responsabilità. Invece Olindo, nè prima, quando scriveva di essere colpevole, nè dopo, quando scrisse di essere innocente, poteva mai immaginare che la Bibbia e tutti i suoi scritti gli sarebbero stati sequestrati. Basta dare un'occhiata complessiva a qualcuno dei suoi deliri sulla carta, per rendersi conto che vive da allora in un mondo tutto suo.

Lo stesso dicasi per Rosa, di cui noi abbiamo fortissimo il ricordo di lei che confessa e piange davanti allo psichiatra Massimo Picozzi, che era stato incaricato dal suo precedente avvocato, poi revocato, di vagliarne presto la capacità di intendere e di volere. Noi lo vediamo così e ci convinciamo, ma non sappiamo se ciò che dice è reale, perchè nessuno ha visto quel video di fianco alla perizia del Ris e a tutto il resto, nè abbiamo mai ascoltato come Rosa arrivò a confessare. E per la prima volta ho pubblicato nel dossier audio e testi integrali dei suoi interrogatori e di quelli del marito, da quando si dichiarano innocenti a quando confessano, per capire come e perchè Rosa potrebbe essere arrivata in lacrime a confessare in quel video.

Perchè io mio chiedo: se noi, tanti anni fa, avessimo visto un filmato del racconto convincente fatto dal mitomane Stefano Spilotros, senza avere di fianco i dati che lo sancivano come frutto di totale fantasia, avremmo mai saputo che in realtà il mostro di Foligno era tutt'altra persona, ossia Luigi Chiatti?»

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