Omicidio consigliere comunale Luigi Tommasino: 12 arresti clan D'Alessandro a Castellammare di Stabia


Nell'ambito delle indagini sull'omicidio del consigliere comunale di Castellammare di Stabia Luigi Tommasino, ucciso il 3 febbraio del 2009 in un agguato mentre era in auto con il figlio, gli agenti della polizia hanno eseguito 12 fermi su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia del Tribunale di Napoli.


Le 12 persone sottoposte a fermo su decreto del pm sono affiliate al clan D'Alessandro, cosca storica dell'area stabiese. Dalle risultanze investigative nei confronti dei fermati sono emerse responsabilità tali da farli ritenere coinvolti in un'associazione di tipo mafiosa responsabile anche dell'organizzazione di omicidi e, fra questi, anche quello dell'esponente del Pd stabiese e consigliere comunale, Luigi Tommasino (...).

I quattro presunti membri del gruppo di fuoco che uccise Tommasino sono stati già arrestati; uno di loro, 19enne, sta collaborando con gli inquirenti.

Il blitz odierno è scattato all'alba. Tre dei dodici provvedimenti di fermo sono stati eseguiti in Emilia Romagna, Toscana e Calabria.

Le indagini hanno consentito di accertare una serie di reati, tra cui alcuni omicidi, che non sono però connessi con la morte del consigliere comunale. Per quella vicenda, infatti, sono stati individuati e sono già a giudizio i presunti esecutori materiali, mentre restano ancora sconosciuti i mandanti.

Ai fermati viene contestato il reato di associazione camorristica nell'ambito delle attività del clan, attivo a Castellammare. Due degli indagati, Tramparulo ed Esposito, sono anche accusati dell'omicidio di Antonio Scotognella, un parcheggiatore abusivo assassinato nel giungo del 2009 sul litorale stabiese.

A gennaio dell'anno scorso la Dda aveva emesso un decreto di fermo a carico di Vincenzo D'Alessandro, presunto boss del clan del centro costiero vesuviano. Da Antimafia Duemila:

D'Alessandro, attualmente in una Casa do lavoro, è ritenuto a capo del clan camorristico di Castellammare di Stabia. Vincenzo D'Alessandro, 40 anni, oggi assegnato ad una Casa di lavoro di Favignana, nelle isole Egadi (Trapani), è ritenuto dagli inquirenti il mandante dell'omicidio di Luigi Tommasino. Nel provvedimento di fermo, eseguito dalla Squadra mobile di Napoli, il boss risulta indagato soltanto per associazione a delinquere.

Per quale motivo il consigliere sarebbe stato ucciso secondo gli investigatori?


All'epoca dell'omicidio del consigliere - avvenuto il 3 febbraio dell'anno scorso - il boss D'Alessandro era libero e operativo. A suo carico, però, al momento non vi sono elementi perché il capoclan risponda come mandante dell'agguato. Dalle indagini - condotte dalla squadra mobile di Napoli guidata da Vittorio Pisani - è emerso nei mesi scorsi che il consigliere sarebbe stato ucciso perché si era impossessato di una somma di denaro appartenente al clan: Tommasino non avrebbe restituito 30 mila euro ai D'Alessandro, che per questo motivo avrebbero deciso di farlo fuori.

Per l'omicidio furono arrestati a ottobre i quattro membri del commando: Salvatore Belviso, 26 anni, Renato Cavaliere, di 37, Raffaele Polito, 27 anni, e Catello Romano, il killer diciannovenne pentito, poi scappato e di nuovo arrestato, che aveva la tessera del PD.


Raffaele Polito, che ha confessato di aver preso parte all'agguato, e il fratello stanno collaborando con magistrati. Nel luglio scorso c'era stato un altro arresto in relazione alle indagini sul delitto del consigliere comunale del Pd, quello del presidente della Piccola Industria dell’Unione Industriali di Napoli accusata di estorsione aggravata. Scriveva Repubblica Napoli:

C'è il fronte dell'estorsione all'architetto e quello della prassi consolidata dello scambio di fatture inesistenti con il consigliere comunale Tommasino. In entrambi i casi la presidente Acanfora manifesta prudenza a parole ma poi, a bordo della Bmw del marito, parla a ruota libera. Come ne parla al telefono con lo stesso fratello di Tommasino, Giovanni. Costruisce l'accusa che le cade addosso. È lei a spiegare al fratello del consigliere ucciso: "Pino (Celotto) mi aveva fatto arrivare una parcella di 400 mila euro e ne ho dovuti 200 mila. A un certo punto Gino (Tommasino) disse: Non ti preoccupare, io lo faccio chiamare. È stato chiamato (Celotto) perché nel frattempo è successo quello che è successo. Io la transazione l'ho fatta, ma è servita a dargli 210 mila euro. Per questa transazione gli ho pagato 15 mila euro. Ti lascio immaginare come sono stata pensando che mi potesse avvicinare qualcuno, io non sapevo bene come e dove. Sono stata col terrore, dico se questi mi avvicinano mi fanno...".


(...) La Acanfora viene interrogata dalla polizia, ma poi l'interrogatorio viene interrotto perché emergono elementi a suo carico. Rientra in auto. Racconta quanto è successo in commissariato, dà del deficiente al consigliere ucciso. Dice al marito: "Le fatture non si trovano... quindi non è come pensiamo noi... lui le fatture a noi le ha fatte in un modo... e a sé in un altro... ed è stato così deficiente che comunque non si trovano con gli assegni. Loro mi hanno portato in un lungo ragionamento che è la distrazione di fondi... e che c'era il penale, e per questo adesso sono indagata". Chiede il marito: "E le fatture?". "Paolo, le fatture sono il male minore". E ancora la paura: "Quelli mi fanno fare il confronto con quella stronza di Libera (la moglie di Tommasino)". Ma una angoscia la turba sopra ogni cosa, la fine di Tommasino. Dice: "L'intermediazione, che poi come vedi è stata riscossa lo stesso dopo che lui è morto... è la causa della sua morte? E vuoi vedere che sono io, il giro di tutto questo?".

Via | Il Mattino

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