L'ergastolano Giuseppe Belcastro fuori dal carcere per scadenza termini custodia cautelare

Giuseppe Belcastro, 50 anni, condannato all'ergastolo dalla Corte d'assise d'appello di Reggio Calabria nel 2006, è stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare ed avviato alla pena alternativa della casa di lavoro di Sulmona.

Le motivazioni del giudizio d'appello sono state depositate ben quattro anni e mezzo dopo l'emissione sentenza. Belcastro era stato condannato al carcere a vita nei due gradi del giudizio per reati di mafia legati all'inchiesta sulla sanguinosa faida di Sant'Ilario: 17 anni di agguati e omicidi nella Locride. Belcastro pare abbia goduto anche di un permesso per le feste di Natale, raggiungendo i propri familiari nel Reggino. Da La Gazzetta del Sud:

Ha dell'incredibile la vicenda giudiziaria che ha visto nei giorni scorsi Giuseppe Belcastro, 50 anni, lasciare il carcere per decorrenza dei termini di custodia cautelare, nonostante la condanna al carcere a vita. Una condanna rimediata in primo grado e confermata in appello nel processo "Prima luce", nato da un'inchiesta della Dda sulle attività delle cosche della Locride coinvolte nella "faida di Sant'Ilario". Il secondo grado del giudizio si era celebrato davanti alla Corte d'assise d'appello di Reggio Calabria presieduta da Antonello Maffa con Enrico Trimarchi a latere. Il processo si era concluso con due condanne all'ergastolo e altre tre condanne a pene detentive per complessivi 70 anni. La Corte aveva riconosciuto Giuseppe Belcastro colpevole dell'omicidio di Emanuele Quattrone e l'aveva condannato all'ergastolo.


La faida di Sant'Ilario dello Ionio (Reggio Calabria) scoppiò nella seconda metà degli anni Ottanta tra la cosca D’Agostino e quella degli “scissionisti” ritenuta capeggiata da Giuseppe Belcastro e Tommaso Romeo che, prima della spaccatura interna, secondo gli inquirenti, facevano parte quali elementi di spicco della cosca D’Agostino.

Il processo "Prima luce, invece, si è occupato della "faida di Sant'Ilario", uno dei capitoli più sanguinosi degli scontri tra cosche della Locride per assicurarsi il predominio mafioso. Una mattanza durata 17 anni, la contrapposizione feroce tra le famiglie di 'ndrangheta D'Agostino da una parte e Belcastro-Romeo dall'altra iniziata nel 1989, che aveva raggiunto il suo apice raccapricciante la notte tra il 12 e il 13 luglio del 2000. In quella circostanza due killer in motocicletta avevano seminato il panico sul lungomare di Locri. Davanti al bar Eros una tempesta di piombo aveva stroncato le vite di Antonio Condemi, 26 anni, e Domenico D'Agostino, 18 anni. Erano rimasti feriti anche tre giovani avventori del locale. La risposta dello Stato non si era fatta attendere. A distanza di una settimana c'era stata l'operazione "Prima luce".


La Polizia aveva arrestato 14 persone accusate di far parte delle cosche di Sant'Ilario e di aver preso parte alla guerra che aveva insanguinato il piccolo centro jonico e i centri vicini. L'inchiesta, coordinata dal pm Nicola Gratteri, aveva fatto luce su mandanti ed esecutori di 15 omicidi. (...) Il processo "Prima luce" (il troncone ordinario si era celebrato a Locri, quello abbreviato a Reggio) si era concluso con pene pesantissime. Complessivamente sulle teste degli imputati erano piovuti numerosi ergastoli e condanne a pene detentive per centinaia di anni. Tra i condannati all'ergastolo del troncone degli ordinari, figurava anche Giuseppe D'Agostino. Nel maggio 2005, un vizio di procedura rilevato dalla Cassazione aveva portato all'annullamento della condanna. D'Agostino aveva ripreso la vita da uomo libero. Nel pomeriggio del 25 aprile 2006 qualcuno aveva firmato a colpi di pistola una condanna senza appello, allungando l'elenco delle vittime della faida.

Via | CN24TV

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