Peppino Impastato, delitto di mafia

Rifiutare l’intero sistema che regge la tua comunità, rinnegare i tuoi stessi parenti, aprire una radio dalla quale denunciare tutte le attività illecite mafiose che si svolgono nella tua zona. Non contento, candidarti alle elezioni comunali, dove al potere ci sono da sempre quegli stessi mafiosi che denunciavi pubblicamente.

Vista così, la vicenda di Peppino Impastato rischia di apparire come la lotta contro i mulini a vento di un incosciente. Che si potesse concludere solo con il suo omicidio, la sua storia, è evidente già dalle poche righe biografiche che ho scritto qui sopra.

Quello che non deve sfuggire a nessuno è invece lo straordinario valore del coraggio di Peppino, non un singolo gesto ma una vita intera dedicata e sacrificata alla rottura di un sistema violento, marcio e corrotto, nel quale avrebbe senza nessuna difficoltà potuto integrarsi.

È il 9 maggio del 1978. Notte. Peppino è in piena campagna elettorale. Si è candidato per Democrazia Proletaria alle comunali del suo paesino, Cinisi. Quel che resta del suo corpo viene ritrovato sui binari della ferrovia. È stato prima pestato barbaramente, poi messo sopra una carica di tritolo.

I carabinieri prima parleranno di attentato terroristico andato storto, poi – assurdamente – di suicidio, sulla base di una lettera-sfogo scritta da Impastato molti mesi prima e ritrovata tra le sue cose. Al delitto non viene data la giusta eco, soprattutto perché avvenuto lo stesso giorno del ritrovamento di Aldo Moro.

Se la responsabilità dei mafiosi di Cinisi era chiara fin dal primo momento, per riuscire ad avere dei colpevoli e delle condanne la madre Felicia ha dovuto combattere una battaglia durissima e non ancora conclusa.

Dalle indagini di Rocco Chinnici, assassinato dalla mafia nel 1983, il tribunale di Palermo riconobbe la matrice mafiosa del delitto, però a carico di ignoti.

I nomi dei mandanti giusti, Gaetano Badalamenti, 45 anni di reclusione nel processo Pizza Connection, e il suo braccio destro Vito Palazzolo, uscirono fuori un po’ alla volta, dalle mille riaperture del caso che la madre di Peppino e la Fondazione Impastato riuscirono a ottenere. È solo nel 2001 che Vito Palazzolo viene condannato a 30 anni con rito abbreviato e nel 2002 Gaetano Badalamenti all’ergastolo.

Particolarmente dolorose le infinite complicità, compiacenze, i depistaggi compiuti da personaggi di spicco dell’arma, tra i quali il Maggiore Tito Baldo Honorati, il maggiore Antonio Subranni e il maresciallo Alfonso Travali.

È dal sacrificio di Impastato che sono nati i primi movimenti di massa contro la mafia, è dal desiderio di rendere giustizia alla sua memoria e traendo forza dal suo esempio che la madre Felicia e il fratello Giovanni riescono a organizzare la prima marcia contro la mafia della storia d’Italia, il 9 maggio del 1979.

Il sacrificio di Impastato, insomma, è stato un drammatico atto di rottura, che ha consentito nella lotta alla mafia di fare un salto di qualità evidente e repentino, con la nascita ad esempio del Centro Impastato, ma soprattutto con la creazione di una nuova coscienza sociale, ampia e condivisa, che ha cominciato a porsi domande sul ruolo della mafia e sulla necessità della sua fine.

(In testa, documentario su Radio Aut trasmesso da RaiTre. Qua sotto, intervista a Felicia Impastato, la madre di Peppino)

Via | Wikipedia

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