I 30 latitanti più pericolosi d'Italia: Domenico Condello

È uccel di bosco dal lontano 1993 Domenico Condello, detto “Micu u pacciu”, cugino di Pasquale il “Supremo” della ‘ndrangheta arrestato nel 2008 e condannato a diversi ergastoli.

Tra i 30 latitanti più pericolosi d’Italia, la sua foto sul sito del Ministero dell'Interno compare, sotto la voce Programma speciale di ricerca, sulla prima riga dei super latitanti (ancora 15 quelli presenti nell'elenco tra cui spiccano Matteo Messina Denaro e Michele Zagaria). Classe 1956, secondo gli investigatori dopo l’arresto di Pasquale Condello, Domenico avrebbe assunto la guida del clan dirigendone gli affari. “Mico il pazzo” - già condannato all'ergastolo - è ricercato per omicidio, associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, rapina. Condello è un nome pesante nel panorama criminale delle ‘ndrine reggine e calabresi. La cosca è impegnata soprattutto nel traffico di stupefacenti e di armi, nell’infiltrazione negli appalti, nel controllo del racket delle estorsioni.

La sua influenza va da Reggio Calabria a Villa San Giovanni, passando per la Locride, fino alla piana di Gioia Tauro. Ma i suoi tentacoli arrivano anche in altre regioni italia, come mostrano anche i recenti arresti dell'operazione Meta in Lombardia.

Domenico Condello, secondo quanto dichiarato dal pentito Giacomo Ubaldo Lauro era di un solo "grado mafioso" al di sotto di suo cugino Pasquale prima che questi venisse arrestato.

La storia del clan Condello si intreccia con la storia della guerre di mafia a Reggio. Nella seconda metà degli anni ‘80 i Condello-Imerti si staccarono dal clan De Stefano (uscito vincitore dalla prima guerra combattuta contro il clan Tripodo, contrario ad immettersi nel traffico di droga) di cui fino alla metà dei ’70 avevano fatto parte. Inizia un sanguinosissimo scontro combattuto a colpi di kalashnikov e autobombe che alla fine lascerà sul terreno più di seicento morti.

La guerra ha inizio il 13 ottobre 1985 quando, dopo un fallito agguato al presunto capo cosca Antonino Imerti, detto "nano feroce", viene assassinato il boss Paolo De Stefano. Secondo le successive indagini l’omicidio era stato voluto in particolare dagli Imerti, il cui boss aveva sposato una Condello sancendo l’alleanza tra la due ‘ndrine ormai in rotta di collisione con i De Stefano-Tegano e alleati. Dall’archivio di Repubblica:

I pallettoni che colpirono don Paolino furono sparati dal balcone di casa Condello. Tutto è sempre emblematico con la ' ndrangheta. Da quel momento l' intera famiglia De Stefano non considera più Archi un tempo roccaforte del gruppo un rifugio sicuro. Uno dei figli di don Paolino va a Roma da amici fidati, la vedova con altri figli si rinchiude nella villa Tacita Georgia di Cap d' Antibes mentre l' avvocato Giorgio De Stefano, cugino del boss ucciso, sposta la propria attività a Roma (così faranno altri fidi gregari). L' eredità bellica dei De Stefano venne assunta da uno dei Tigano, il primo che uscì dalla chiesa di Sant' Anna di Archi dove all' alba si celebrò il funerale. Da quel giorno cominciarono a circolare a Reggio i santini con l' immagine di don Paolino.Quanti ne troveranno in tasca ai suoi fedelissimi, finiti magari morti ammazzati con una proiettile nella schiena...

Due cartelli contrapposti si fronteggiavano. Con i De Stefano c'erano i Libri, i Tegano, i Latella, i Barreca, i Paviglianiti e gli Zito. Al fianco dei Condello-Imerti si schierarono invece i Fontana, i Saraceno, i Serraino, i Rosmini, i Lo Giudice. La neutralità non era contemplata.

Erano gli anni in cui a Reggio si vedevano girare tante vetture blindate e molti commercianti erano costretti a pagare il doppio pizzo. Alla base del conflitto c’erano gli interessi dei clan sui miliardi dei nuovi appalti in arrivo con il decreto Reggio e, come accennato, quelli riguardanti il controllo del mercato della droga. In mezzo gli omicidi di Vico Ligato, deputato democristiano, poi presidente delle Ferrovie dello Stato, e del giudice Antonino Scopelliti.

Poi la guerra si interrompe, secondo le ricostruzioni dei pentiti e le seguenti indagini, grazie alla mediazione decisiva del boss della cosca Alvaro di Sinopoli: fu lo storico padrino don Mico che, secondo gli investigatori, insieme ad altri boss delle più potenti famiglie mafiose calabresi riuscì a far raggiungere un accordo tra le cosche Imerti-Condello, da una parte, e De Stefano-Tegano, dall'altra, per la gestione delle attività illecite sul territorio.


Tornando a Domenico Condello, dove si nasconderebbe oggi? Nella "sua" Reggio forse? Come il cugino Pasquale? Come Giovanni Tegano, arrestato il 26 aprile scorso dopo 17 anni di latitanza?

Di recente il nome dei Condello era venuto fuori con le dichiarazioni del neo pentito, Roberto Moio, il quale aveva dichiarato che la cosca Lo Giudice avrebbe voluto sbarazzarsi del Supremo indicando alle forze dell’ordine il suo nascondiglio (ne parlavamo qui). L’impressione è che a Reggio qualche equilibrio sia saltato. I magistrati stanno ancora lavorando per risalire al movente e ai responsabili degli attentati dinamitardi ai palazzi di giustizia reggini.

E questa mattina la DDA ha fatto arrestare un ufficiale dei carabinieri già in servizio presso la DIA di Reggio Calabria. L’accusa è di aver spifferato al clan Lo Giudice notizie coperte dal segreto investigativo. A Reggio e nel reggino la pax mafiosa sembra ancora reggere, ma la situazione è in continua evoluzione come dimostrato anche dall’operazione “Cent’anni di storia” che ha colpito i clan Piromalli e Molè di Gioia Tauro svelando, come sottolineato dagli inquirenti, che le due cosche sarebbero ormai ai ferri corti dopo un’alleanza storica decennale.

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