I 30 latitanti più pericolosi d'Italia: Gerlandino Messina


C’è stato un momento, verso la fine del 2009, in cui gli investigatori pensavano di essere vicini alla sua cattura. E invece no, Gerlandino Messina è ancora latitante e oggi dopo l'arresto di Giuseppe Falsone il suo peso criminale è ulteriormente cresciuto.

È lui ora il referente numero uno di Cosa nostra nella provincia agrigentina. Classe 1972, ricercato per associazione mafiosa e omicidio, Messina era ritenuto dagli investigatori secondo solo al super boss di Campobello di Licata arrestato il 25 giugno a Marsiglia.

La famiglia Messina, di Porto Empedocle, era rivale del clan capeggiato da Luigi Putrone, per anni considerato boss incontrastato della città e oggi collaboratore di giustizia. Erano anche gli anni in cui imperversava la faida tra "stiddari" e corleonesi.

A Messina, vennero uccisi prima il padre, nel 1986, e poi lo zio. Quando Putrone si diede alla macchia, sotto la scure di arresti e inchieste, il territorio rimase scoperto e gli avversari tornarono all'attacco.

Buona parte della sua scalata ai vertici dell'organizzazione mafiosa Messina l’ha fatta dalla latitanza, che dura da ormai 11 anni. L'arresto di Maurizio Di Gati, ora collaboratore di giustizia, e poi quello di Falsone l’hanno posto a capo della "famiglia" di Agrigento.

L’ultima traccia del passaggio del boss empedoclino - tra i 30 ricercati di massima pericolosità - a Favara, nel territorio che gli investigatori hanno sempre ritenuto regno incontrastato di Giuseppe Falsone. Era novembre 2009. Come riporta Agrigento notizie in un presunto covo in via Primo Maggio gli investigatori trovarono...


diversi elementi che (...) sono perfettamente riconducibili al latitante empedoclino: una cartolina del Cristo di Porto Empedocle, con una dedica e un augurio con la firma del mittente cancellata, e il numero 37 in plastica, come quelli che si mettono sulle torte di compleanno per far spegnere le candeline. E Gerlandino Messina, lo scorso 22 luglio, ha compiuto proprio 37 anni.

"Non sarà l'unica persona ad aver compiuto 37 anni a Favara, - ha detto ironicamente il dirigente della Mobile - ma uno dei pochi ad averli compiuti e a ricevere una cartolina di Porto Empedocle con quel particolare augurio". E non solo.

I poliziotti, in quel bunker di Favara, hanno infatti trovato anche immagini sacre che riguardano Realmonte, una zona "coperta" dal giovane mafioso empedoclino. Ed ancora, uno spazzolino da denti e una spazzola per capelli. Elementi che, se tutto va a buon fine, riuscirebbero a far avere nelle mani degli investigatori il Dna del latitante.

Due mesi prima della scoperta del covo, era stato ritrovato il cadavere dello scomparso Giuseppe Adorno, indicato dagli inquirenti come vicino al super latitante. Da Comunicalo.it:


(...) Non sfugge a nessuno fra inquirenti e magistrati che l’eliminazione del giovane empedoclino “scopre” Gerlandino Messina. Una sfida, probabilmente, visto e considerato che è stato ucciso un uomo che si ritiene a lui vicino e che probabilmente lo aiutava favorendone la latitanza. Con ogni probabilità chi ha dapprima sequestrato Adorno intendeva farsi rivelare il nascondiglio del boss latitante o voleva essere accompagnato sin dentro la sua tana.


E poi, far trovare il cadavere in pieno territorio “controllato” da Gerlandino non è un bel segnale. Qualcuno, oltre alle forze dell’ordine,  sta tentando di stanarlo e l’uccisione di Adorno è il messaggio preciso. (...) Di sicuro c’è che dal giorno della scomparsa di Giuseppe Adorno, Gerlandino Messina ha cominciato a realizzare che i tempi immediatamente futuri non saranno rosei per lui.

Poi più niente, a parte qualche arresto (tra cui quello di un fratello di Gerlandino, Fabrizio) di presunti fiancheggiatori e un indagato, il figlio dell’ex presidente dell’Akragas calcio, ucciso nel 1991. È accusato di aver favorito la latitanza della primula rossa della mafia agrigentina.

Più di recente, ad aprile di quest'anno, il fratello maggiore di Gerlandino, Salvatore, ha usufruito di un permesso di tre ore per motivi di famiglia. Sotto la sua casa di Porto Empedocle si erano radunate una trentina di persone. Appena l'ergastolano è sceso dal cellulare, i presenti hanno applaudito:

Lui è Salvatore Messina, 45 anni, fratello maggiore del superlatitante di Cosa nostra Gerlandino Messina, che sta scontando il carcere a vita dopo la condanna definitiva per un omicidio e un tentato omicidio commessi nell'ambito della sanguinosa guerra di mafia che si è combattutta in provincia di Agrigento negli anni Ottanta.


Salvatore Messina è in carcere dal 1998 nel carcere di Prato in Toscana e nelle scorse settimane è riuscito a avere un permesso straordinario per gravi motivi familiari ed ha ottenuto di potere stare con la moglie e con il figlio per tre ore.Al suo arrivo a bordo di un cellulare della polizia penitenziaria e con la scorta armata di polizia e carabinieri, è stato accolto con un rumoso applauso. Scena che si è ripetuta tre ore dopo, quando, poco prima dell'una, è sceso per rientrare in carcere. (archivio la Repubblica).

Di Messina, della sua ascesa mafiosa, dei rapporti con Falsone, ha parlato anche l’ex boss agrigentino, oggi pentito, Maurizio Di Gati. Da Grandangolo:

Adesso a comandare la mafia Agrigentina è rimasto Gerlandino Messina, altro figlio d’arte di Cosa Nostra, padre e una marea di parenti assassinati, spietato killer, come lo descrivono le sentenze che lo riguardano, sempre armato di tutto punto, mitra compreso, e guardato a vista da una scorta armata.


Maurizio Di Gati sul suo conto ha affermato che rappresenta il numero 2 di Cosa Nostra. Ecco le sue dichiarazioni: “Dopo l'avvento di Giuseppe Falsone ha avuto prima... Ha avuto dei contrasti con Giuseppe Falsone, perché Giuseppe Falsone voleva entrare in base che è il rappresentante di provincia, voleva entrare nei vari lavori che si stavano svolgendo nel paese di Porto Empedocle. Però dopo il loro chiarimento, perché hanno avuto vari incontri, a quanto mi raccontava lui, il Gerlandino Messina ha preso il ruolo di vice reggente della provincia di Agrigento nell'anno del 2004. Nel settembre o ottobre 2003. Si era fatta una grossa riunione nella zona di Canicattì e Campobello di Licata nella campagna a disposizione di Gerlando (inc.), originario di Favara, ma lui abitava a Canicattì. A Canicattì... Tra Canicattì e Campobello e lì si è svolta la riunione.


Questo me lo raccontò Gerlando Messina. Per Campobello di Licata era presente Giuseppe Falsone perché era lui, poi c'era Ignazio Accursio e lo stesso (inc.) perché faceva parte del paese di Falsone Giuseppe, perché abita, se non ricordo male abita tra Campobello e Canicattì. Però è molto stretto con Falsone, poi la casa era sua ed era presente. Per Favara era presente (inc.) Vincenzo, Antonio Vaccaro. Per Ribera Giuseppe Capizzi. Per Agrigento Cesare Lombardozzi. Per Canicattì c'era Angelo Di Bella e poi c'era presente anche il Lo Giudice (inc.) di Canicattì. Per Licata, di quello che risulta a me, c'è andato Pasquale Cardella. Prima di Gerlandino Messina c'era Giuseppe Capizzi di Ribera”.  

Dopo la cattura di Falsone, il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, aveva commentato così la "svolta" dei latitanti che braccati nella loro terra d'origine decidono di trasferirsi in altre regioni d'Italia o all'estero, dove cercano di impiantare attività formalmente pulite e stabili:

"Il latitante che lascia il proprio territorio - spiega - da una parte beneficia della lontananza dalla presenza massiccia di magistratura e forze dell'ordine, dall'altra però rinuncia a una serie di rapporti che ne permettevano la copertura e lo rendevano praticamente invisibile. Adesso - aggiunge - speriamo di portare a termine al più presto la cattura degli ultimi due latitanti del nostro distretto: Matteo Messina Denaro e Gerlandino Messina, anche grazie alla collaborazione preziosa dei servizi e dell'Aisi, l'agenzia per la sicurezza di informazioni interne".

Foto | Interno.it

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