'Ndrangheta: operazione Giano contro cosca Cordì, 6 arresti


Sei persone indicate dagli investigatori come contigue alla cosca Cordì di Locri sono state arrestate dai carabinieri di Reggio Calabria su disposizione della Dda della stessa città. Le misure restrittive sono state eseguite a Locri e a Melito Porto Salvo, nel Reggino.

I reati contestati sono associazione per delinquere di tipo mafioso, usura, frode in esecuzione di contratto d'appalto, truffa aggravata ed intestazione fittizia di beni, aggravati dalle modalità mafiose in quanto commessi per favorire la attività illecite della 'ndrina.

L’operazione odierna, denominata Giano, ha visto impiegati settanta carabinieri del Gruppo di Locri, con il supporto dei militari dello Squadrone eliportato Cacciatori Calabria.

Le indagini sulla cosca e i suoi fiancheggiatori erano partite nell'ottobre 2009 con l’operazione Shark, che nel settembre scorso aveva portato all’arresto di sedici persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere di tipo mafioso - con l'aggravante dell'associazione armata - finalizzata alla commissione di rapine, estorsioni, usura, esercizio abusivo del credito, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di armi.

Nel corso della faida con i Cataldo nel 2005 venne ucciso Salvatore Cordì, ritenuto il boss della omonima cosca, una delle più potenti della fascia ionica reggina, coinvolta anche nel processo sull’omicidio dell'ex vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno. Dagli archivi di Repubblica:


Tra i destinatari dell'ordine di custodia cautelare c'è anche Antonio Cataldo, 52 anni, capo dell'omonima cosca, già detenuto per altri reati, che è accusato di essere il mandante dell'omicidio di Cordì. (...) Il movente dell'omicidio di Cordì sarebbe da collegare allo scontro con la cosca dei Cataldo, alla quale appartengono le quattro persone arrestate. Salvatore Cordì, che aveva 51 anni, era il capo della cosca quando scoppiò la guerra con il gruppo della famiglia Cataldo. Fu assassinato il 31 maggio del 2005 a Siderno.

La storia. C'è una firma sull'omicidio, registrata dalla Polizia su nastro magnetico. La firma è quella di Domenico Zucco, killer di fiducia del clan Cataldo, già in carcere. Il file si chiama "Pr 659 Dead", morte, e porta la data del 31 maggio del 2005, ore 17,28: il momento esatto in cui i locresi piombarono a Siderno per saldare il conto con il boss della famiglia rivale. Zucco imbracciava un lupara caricata a pallettoni e in tasca aveva un telefonino da cui, durante l'esecuzione mafiosa, partì involontariamente una chiamata.

Gli uomini che lo ascoltavano da una stanza del commissariato della città della Locride, sentirono la corsa concitata tra le gente, le urla e le fucilate calibro 12. "Sasà" Cordì, morì in diretta telefonica, come mai era capitato. Il capo indiscusso del clan, nipote di don Totò, detto "U raggiuneri", fu colpito due volte, mentre passeggiava sulla strada principale di Siderno, quella dello shopping, tra la gente che faceva acquisiti in un bel pomeriggio di primavera. Il commando era composto da due sicari, da tempo a caccia della vittima.

A marzo di quest’anno aveva fatto discutere la scarcerazione di tre presunti elementi della cosca:

(...) A destare allarme la personalità dei personaggi che hanno riguadagnato, almeno per il momento, la libertà. Domenico Cordì, infatti, è il figlio di Cosimo Cordì, ucciso nel 1997 in un agguato nell'ambito della faida contro il clan Cataldo. Ruggia, secondo le risultanze investigative, è uno degli affiliati della cosca Cordì, mentre di Domenico Panetta si è parlato nel processo per l'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno, ucciso a Locri nel 2005.


Insomma, noti ben noti alle forze dell'ordine, e per questo tenuti particolarmente sotto attenzione. Su quello che appare un malinteso è intervenuto direttamente il Gip Carlo Indellicati che ha spiegato come non ci sia stato alcun errore. "All'epoca dei fatti - spiega - rispetto ai reati oggetto dell'indagine avevo contestato il favoreggiamento semplice senza l'aggravante del metodo mafioso poiché, a mio parere, non sussistevano i gravi indizi di colpevolezza. Ecco perché i termini della loro custodia cautelare si sono ridotti da un anno a sei mesi".

Via | Il Quotidiano della Calabria

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