Chi è Pietro Maso

Quando massacrò i genitori per prendere i soldi dell'eredita Pietro Maso era poco più che un ragazzo con poca voglia di lavorare e ancor meno di studiare. Maso aveva vent’anni quando aiutato da tre coetanei e un minorenne uccise i genitori nella loro casa di Montecchia di Crosara (Verona). Antonio Maso e Mariarosa Tessari furono percossi a morte con tubi, spranghe di ferro e altri corpi contundenti. Maso stesso infilo del cotone in bocca alla madre che non era morta subito dopo essere stata colpita in testa con un bloccasterzo e una pentola.

Una ferocia inaudita, forse il delitto familiare più scioccante mai avvenuto nel nostro Paese. È il 17 aprile del 1991. Pietro Maso - che aveva lasciato al 3° anno l’Istituto agrario e lavorava saltuariamente in una concessionaria d’auto - quella sera è seduto con i suoi amici e complici al tavolino di un bar che frequentano, a Montecchia. Stanno pianificando la mattanza, con lucida follia, dopo tre tentativi andati a vuoto (a cominciare dall’anno prima) tra cui uno che prevedeva di far saltare la casa di famiglia con delle bombole di gas. Gli amici di Maso - i 18enni Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza e il 17enne Damiano Burato - ci stanno. Vogliono i soldi, la loro parte, da spendere in bagordi e locali notturni.

Maso spiega loro che i genitori torneranno a casa in seconda serata, perché sono andati a Lovigo, a un incontro di neo-catecumenali. Tutti e quattro i ragazzi si recano a casa di Pietro, si armano di spranghe di ferro e altri corpi contundenti, staccano la corrente e attendono l’arrivo di Antonio Maso e Mariarosa Tessari. Alle 23 e qualche minuto i coniugi parcheggiano l’auto in garage. Poi il massacro. Dopo il delitto Maso si reca i due diverse discoteche della città con Carbognin: deve, devono, crearsi un alibi. Sarà lo stesso Maso alle 2 del mattino a chiamare un vicino di casa dicendo di aver scoperto i genitori morti, trucidati nella loro villetta.

Gli investigatori, dopo i primi rilievi, alla pista della rapina finita male non credono nemmeno un attimo. Una delle sorelle di Pietro scopre un ammanco dal conto della madre di 25 milioni, finito in un assegno con firma falsa intestato a Carbognin. L’atteggiamento di Maso insospettisce non poco, appare affatto sotto shock, o disperato, è piuttosto freddo, quasi assente. Gli inquirenti lo tengono sotto torchio per due giorni, poi il 20enne comincia a contraddirsi, infine crolla, confessa e a ruota anche i complici.

Al processo Maso viene sottoposto a perizia psichiatrica per valutarne la piena imputabilità. Il professore Vittorino Andreoli non lo considera incapace di intendere e volere: Maso è sì affetto da un disturbo narcisistico della personalità, ma non si tratta di un’infermità totale. Stesso responso per i complici maggiorenni, mentre Burato sarà condannato a 13 anni da Tribunale dei minori.

La sentenza per gli altri tre imputati arriva a fine febbraio del 1992: Pietro Maso prende 30 anni e 2 mesi di reclusione. Cavazza e Carbognin 26 anni a testa. Per tutti e tre si riconosce un vizio parziale di mente. Il pm, che per Maso aveva chiesto l’ergastolo, contesta la seminfermità. Il 61% degli italiani, secondo un sondaggio dell'Europeo, considera troppo mite il verdetto emesso dalla Corte d'Assise di Verona. Condanne poi confermate in appello e in Cassazione.

Maso durante la reclusione ha potuto contare sull’aiuto di don Guido Todeschini, direttore di Telepace, e si è avvicinato alla fede. Da quel percorso ne è venuto fuori il libro-confessione scritto in carcere da Maso in collaborazione con la giornalista Raffaella Regoli, dal titolo Il Male ero io:


Per la prima volta non sono solo un mostro. Io che sono stato schiavo tutta la vita di cose inutili, soldi, donne, gioco, discoteche non voglio più essere schiavo di nulla.


Secondo il magistrato di sorveglianza che ha firmato il fine pena, Maso sarà ora:


un cittadino come tutti gli altri e così dovrà essere considerato. Mi stupisco che ci siano ancora polemiche quando un condannato per un fatto comunque atroce ha scontato la sua pena e torna in libertà. Il motivo per il quale ciò suscita un certo fastidio sta nell’istinto vendicativo, umano, per cui non viene tollerato che ci sia un fine pena.

Maso, che oggi ha 41 anni, già dal 2008 era in semilibertà per via dell’indulto, della buona condotta e dei programmi rieducativi in carcere. Da oggi è un uomo libero.


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