I 30 latitanti più pericolosi d'Italia: Michele Zagaria, boss dei Casalesi


Il boss superlatitante Michele Zagaria si muove liberamente per il Belpaese? Così sembrerebbe dalle intercettazioni della Guardia di finanza di Modena, due, che ne registrano la voce mentre parla al telefono nel corso di un viaggio su un treno Modena-Napoli.

Se ne leggeva qualche settimana fa su Il Corriere di Aversa e Gugliano. Il boss dei Casalesi trova il tempo per una battuta con l’interlocutore sul suo nomignolo: meglio “cuoll stuort” che “capastorta”. Condannato all’ergastolo nel 2008 nel processo Spartacus, Michele Zagaria di Casapesenna è indicato dalla Dda di Napoli come il re del cemento mafioso in Italia.

Uno che ha saputo emergere nel clan mentre altri cadevano in disgrazia. Uno capace persino di infiltrarsi nel ciclo del cemento nei territori della ‘ndrangheta. Zagaria fece perdere le proprie tracce 15 anni fa. Da allora il boss che volle farsi costruire una villa alla Scarface sembra introvabile mentre gli affari del clan sono cresciuti a dismisura.

Il sistema Zagaria, inteso come infiltrazione criminale nell’economia legale e negli appalti pubblici e non, va ben al di là dei confini campani e tocca il Lazio, la Toscana, l’Umbria, l'Abruzzo, la Lombardia e in particolar modo l'Emilia Romagna.

Il clan ha sempre cercato di tenere il più possibile lontani i riflettori dalla terra d’origine e in special modo da Casal di Principe. Inserendosi e infiltrandosi, attraverso prestanome più o meno insospettabili, nei cicli economici del centro e del Nord Italia ma anche in alcuni paesi europei (Spagna, Portogallo, Francia). Investendo in borsa e sui mercati finzanziari.

Tutto questo grazie all’immensa liquidità di cui la cosca dispone, frutto delle varie attività illegali classiche di un’organizzazione di tipo mafioso, narcotraffico su tutte. Un impero economico quello riconducibile a "capastorta" rafforzatosi proprio negli anni della latitanza e che Roberto Saviano ha denunciato a più riprese.

Ma quando nasce la storia criminale di Michele Zagaria? Quando inizia la sua ascesa nel clan? Qui bisogna fare un passo indietro e partire dai primi capi dei Casalesi. Se ne parla in questo articolo d'archivo del Corriere del Mezzogiorno:

In principio c'era Bardellino, Antonio, il boss del quale tutti parlavano con rispetto, persino Carmine Alfieri che da pentito ha definito don Antonio «un uomo di parola e d'onore». Tanto d'onore che, quando gli venne chiesto di uccidere Tommaso Buscetta, il pentito, rifiutò e disse chiaro e tondo alla «commissione» che non poteva farlo: «Gli avete sterminato tutta la famiglia, che volete che facesse?». Questa risposta però ha provocato la sua scomparsa. I giudici e gli investigatori sono convinti che sia stato ucciso da Mario Iovine (poi ucciso in Portogallo), mentre a Casal di Principe si racconta un'altra storia. Secondo questo racconto Bardellino avrebbe avuto l'«invito» a scomparire e lui avrebbe preso al volo l'occasione e sarebbe sparito.


La sua scomparsa (il corpo non è stato mai trovato) però ha scatenato una guerra. I Vastarella furono fatti ammazzare (e sciogliere nell'acido) da Giovanni Brusca. Il nipote, Paride Salzillo, venne assassinato e Carmine Schiavone decise di fare il collaboratore di giustizia per evitare di fare una brutta fine. Emersero così le figure di Francesco Bidognetti (Cicciotto e' mezzanotte) e Francesco Schiavone (Sandokan). Quest'ultimo era un ragazzo sveglio (definizione dello stesso Antonio Bardellino) che lo introdusse alla carriera criminale facendogli fare l'autista di Ammaturo. Ma questi due, alla lunga, non hanno retto e sono emersi altri due capi del clan dei casalesi, Antonio Iovine (o' ninno) e Michele Zagaria (Capastorta), inafferrabili latitanti da dieci anni.

La camorra di dispone di connivenze nell'area grigia e gli accertamenti patrimoniali non riescono a sconfiggere queste alleanze, il riciclaggio del denaro, i reinvestimenti nell'economia legale che soffre della presenza di queste organizzazioni che oramai non operano solo in Terra di Lavoro o in Francia o Spagna (...). In tutto questo non è stato spezzato il legame fra politica e camorra. Tutti, compreso i politici, dicono che esiste, ma nessuno ha mai cercato di spezzare il cordone ombellicale fra partiti e clan.

Ed ecco cosa scriveva nel 2006 Roberto Saviano a proposito di Zagaria:


E ora è Zagaria, il numero uno. È Michele Zagaria, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, ad essere stato posto in testa ai latitanti più pericolosi d’Italia. Michele Zagaria, dai molteplici contronomi: Michele di Casapesenna, Capastorta, Manera, è lui il capo operativo del cartello dei «casalesi». (...) Michele Zagaria è stato capace di pretendere che la «sua» Casapesenna divenisse un luogo capace di articolare tranquillità per la sua latitanza e un’incubatrice attenta e efficiente per le sue aziende. Imprese vincenti in ogni parte d’Italia.

(...) Movimento terre, gestione degli inerti, nolo dei macchinari, subbappalti.(...) Ma il doppio binario del capitale legale e illegale che si fondono nelle imprese edili vincenti del cartelo dei casalesi. Ed è proprio la qualità imprenditoriale del boss manager Zagaria ad aver reso le sue ditte vincenti in tutt’Italia e egemoni in tutto il modenese. Nel perverso meccanismo del massimo ribasso degli appalti edili, Michele Zagaria e le sue imprese edili non hanno rivali.

Un presunto affiliato riporta un dialogo avuto con Zagaria dove chiede al boss se lui ha mai tirato coca, storia che in paese già ha fatto scandalo e che ormai gira nelle orecchie di tutti. La risposta che lui riporta ha del letterario: «con me devi fare come con il prete, fa quello che dico, ma non fare quello che faccio». E nelle intercettazioni torna di continuo il tema dell’uso di coca da parte di Zagaria. Un boss vizioso, vogliono le malevoci, un boss solitario capace di controllare ogni fase imprenditoriale del proprio clan, ma che cede alla coca. Eppure Zagaria da oltre undici anni riesce a sfuggire.

Non ha punti deboli. Ha rifiutato ogni possibilità di avere una famiglia, avendo visto che il suo predecessore al vertice, Sandokan, ha avuto il suo punto debole proprio nella famiglia con cui voleva continuare a vivere. Ma Zagaria è lì, a Casapesenna, lo sanno tutti, lo sospettano anche gli inquirenti. Una manciata di strade. Ma una struttura di copertura all’apparenza inattaccabile.

(...) Immacolata Capone, la camorrista manager uccisa nel marzo 2004 a Sant’Antimo, era il vero traitd’union tra il clan Zagaria e gli appalti pubblici e privati in cui sul territorio si infiltravano le ditte dei casalesi. Non esisteva, negli ultimi anni in Campania, grosso appalto in cui la Capone non riuscisse ad entrare. Secondo le indagini,grazie anche ad appoggi politici la donna-boss riusciva a far ottenere certificati antimafia a ditte capaci di stravincere i subappalti ovunque.

L’area grigia. Economia legale e illegale. Connivenze e collusioni ai massimi livelli. È il “metodo Casapesenna”. Negli ultimi mesi intanto il Casertano è stato teatro di una serie di omicidi di stampo camorristico di presunti affiliati al clan fazione-Schiavone. Omicidi in qualche modo attesi dopo che lo stesso boss dal 41 bis aveva avvisato i suoi familiari, attraverso una lettera, sull’arrivo di "una valanga".

Foto | Interno.it

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