Scoperto traffico d'armi tra Italia e Libia

Un traffico d'armi tra Italia e Libia è stato scoperto grazie a un'intercettazione telefonica dell'anti-mafia di Perugia che indagava su un traffico di droga. A quanto pare, ufficiali libici dovevano acquistare fucili d'assalto costruiti in Cina per oltre 64 milioni di dollari. Il caso, riportato su The Associated Press, solleva dubbi sulla Libia, un paese che si sta costruendo una pessima reputazione di sponsor del terrorismo. L'inchiesta ha anche la sottolineato il ruolo di gruppi italiani come tramite importante per il commercio illegale di armi internazionale. Si suppone infatti che fossero previste spedizioni anche verso altri stati africani martoriati da guerre civili, quali Ciad e Sudan. Ed è preoccupante il ruolo del nostro paese: "La criminalità organizzata utilizza l'Italia per trasferimenti illegali di armi verso i Balcani, in Africa, gli Stati Uniti e la Colombia, in un commercio che include cocaina e la tratta di esseri umani", ha affermato Sergio Finardi, un esperto di logistica militare del TransArmsEurope, un gruppo no-profit con sede in Italia e negli Stati Uniti.

500mila T-56, una versione cinese dell'AK-47, questo erano i numeri dell'accordo, e per un paese che ha un esercito di sole 76mila unità sembrano davvero troppi, come rileva anche l'International Institute for Strategic Studies. Il procuratore Dario Razzi condivide l'opinione: "Il sospetto è che il grosso degli AK-47 fosse destinato a soddisfare non solo le esigenze dell'esercito libico ma a essere inoltrato a terze parti".

Il 12 febbraio 2007, la polizia ha arrestato quattro dei presunti trafficanti di armi: Ermete Moretti, Gianluca Squarzolo, Massimo Bettinotti e Serafino Rossi. Un quinto membro, Vittorio Dordi, dovrebbe essere latitante in Congo, coinvolto in traffico di diamanti.

Nessuno degli ufficiali cinesi e libici nominati dagli arrestati è invece sotto accusa, in quanto non sospettati di aver commesso crimini in Italia, ma le autorità guidate da Razzi hanno chiesto informazioni sul caso a diversi paesi. Sembra che il gruppo criminale dovesse procurare agli acquirenti elicotteri e carri armati russi, cannoni navali dallo Sri-Lanka e proiettili rivestiti di gomma e lacrimogeni dalla Francia.

Le attenzioni degli inquirenti sono rivolte anche alla China Jing An Import & Export Corporation, che doveva procurarsi le armi dal gigante cinese Norinco, accusata tra l'altro dagli Stati Uniti di aiutare l'Iran nel suo programma missilistico. E la stessa Norinco ha dovuto impiegare 2 anni per produrre l'enorme quantitativo di armi. In un'email la Jing diceva: "Dovete essere sicuri della quantità, si tratta di un grande ordine, ci prende un po' di sorpresa".

Gli investigatori ritengono che ci siano state tangenti per 500,000 dollari per il colonnello Mansur e che l'accordo prevedesse una divisione con i libici degli utili derivanti dalla vendita delle armi in altri paesi. L'accordo portava la firma del generale Abdulrahman Alssied Ali, il capo dell'ufficio appalti del Ministero della Difesa. E ricordiamo che Libia siede nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal 2003, dopo aver annunciato lo smantellamento del suo programma clandestino di armi nucleari. Un ruolo che mi pare tutt'altro che adeguato.

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