Il giallo e il nero, l'omicidio di via Fontanesi e il mistero Diabolich: il caso di sabato 16 marzo 2013

mario giliberti, il giallo e il nero, rai3

Sabato 16 marzo è andata in onda la terza puntata della trasmissione di Rai3 Il giallo e il nero, condotta da Cesare Bocci, che come nella settimana precedente ha affrontato un caso di oltre 50 anni fa, quello di un omicidio commesso sempre nel 1958, ma stavolta a Torino. Un delitto terribile e misterioso, rimasto ancora oggi insoluto.

Stiamo parlando del delitto di via Fontanesi, conosciuto anche come il caso Diabolich, l'omicidio di un giovane della provincia di Foggia, Mario Giliberti, ucciso a soli 27 anni nella città in cui lavorava come operaio alla Fiat. Il corpo del ragazzo fu ritrovato nel piccolo appartamento in cui Mario viveva solo parecchi giorni dopo il delitto, e dopo che lo stesso assassino, prima con una telefonata anonima a La Stampa e poi con una lettera, mise gli inquirenti sulle sue tracce.

Il cadavere di Giliberti venne rinvenuto nella modesta casa in cui viveva, il retrobottega del negozio da calzolaio di uno zio, il 25 febbraio del 1958, il giorno dopo la misteriosa telefonata anonima arrivata al giornale torinese. Il ritrovamento fu però casuale, visto che amici e parenti del ragazzo lo cercavano, dal momento che Mario non si presentava al lavoro da giorni. Probabilmente era morto già da una decina di giorni, colpito a morte da una decina di colpi d'arma da taglio, arma mai ritrovata e che probabilmente l'assassino portò via con sè.

Giliberti, morto dissanguato, venne ritrovato sul letto, con il volto coperto da un lenzuolo e un cappotto a coprire il corpo. L'assassino, dopo averlo colpito più volte in cucina lo trascinò infatti in camera da letto, dove il poveretto morì dopo una lunga agonia. L'assassino, dopo una pulizia approssimativa del pavimento, e dopo aver tagliato alcune foto del ragazzo e sparpagliato per terra dei buoni postali, lasciò la modesta dimora facendo perdere qualsiasi traccia. L'omicida lasciò però sul posto un biglietto, che si era probabilmente portato dietro già pronto, con uno strano messaggio che ha il sapore di una sfida agli inquirenti: "Riuscirete a scoprire l'assino?". Perchè quella parola, 'assino'? Voleva forse dire 'assassino', o l'errore è stato voluto?

In una successiva lettera, con un linguaggio criptico, il killer, che si sarebbe da allora in poi firmato Diabolich, oltre a indicare il luogo del delitto spiegò anche il movente del delitto: «Un tempo eravamo molto amici e portavamo la divisa comune, poi lui mi tradì come un cane. Adesso stava bene e la mia vendetta lo ha raggiunto. Spero che scopriate il cadavere prima che diventi marcio». I due erano compagni d'armi? Questa è la convinzione degli inquirenti.

Giliberti era stato sotto le armi per parecchio tempo, e aveva avuto diversi commilitoni. Questo indizio era davvero troppo poco per trovare il colpevole. Una foto trovata nel portafogli della vittima, però, indirizzò gli investigatori verso un ragazzo di Bergamo, che era stato militare con Mario, A.C.. Il sospetto è che tra i due potesse esserci un rapporto omosessuale, cosa che a quei tempi veniva definita semplicemente 'un'amicizia particolare'.

Il ragazzo, di buona famiglia e benvoluto da tutti, venne arrestato, benché nei suoi confronti non ci fossero prove, se non quella foto con dedica ritrovata nella giacca del morto. Il giovane bergamasco fece quattro mesi e mezzo di carcere, benché già pochi giorni dopo il suo arresto cominciarono ad arrivare altre lettere a firma Diabolich. Il perito grafologo di parte, infine, riuscì a dimostrare che la scrittura di A.C. non poteva essere quella dell'assassino, mentre andavano certamente attribuite a Diabolich le lettere giunte ai giornali mentre A.C. si trovava in carcere.

Il ragazzo venne assolto prima per insufficienza di prove, poi con formula piena. Per lui fu la fine di un incubo, ma per la città di Torino fu l'inizio di un altro periodo terribile: tutti temevano che Diabolich tornasse a colpire, almeno fino a quando, sempre a La Stampa, arrivò un nuovo messaggio: «Il mio delitto non e’ un gioco da ripetersi». Quasi una sorta di rassicurazione di Diabolich alla popolazione.

Il delitto di via Fontanesi è rimasto quindi insoluto. Chi era Diabolich? Una cosa è certa, chiunque sia stato a commettere quello che sembra un delitto perfetto si ispirò a un romanzo giallo uscito l'anno prima dell'omicidio, intitolato "Uccidevano di notte", di Italo Fasan. Nel libro «Diabolic», senza l'acca, era la firma che un assassino seriale utilizzava per firmati i suoi omicidi perfetti. Sempre nel romanzo, il serial killer inviava lettere a giornali e inquirenti. L'assassino di via Fontanesi, quindi, trovò ispirazione in 'Uccidevano di notte', riuscendo a farla franca e mettendo in piedi quello che è rimasto davvero un delitto perfetto.

Cesare Bocci e la dottoressa Annamaria Di Giulio hanno nel corso della puntata cercato di analizzare il delitto, non tanto alla luce delle prove sul luogo del delitto che potrebbero oggi portare all'individuazione del colpevole, e che pure potrebbero ove disponibili essere analizzate alla luce delle tecniche oggi esistenti, ma soffermandosi in particolar modo su un profilo psicologico dell'assassino, partendo dalle sue deliranti lettere anonime, dalle modalità dell'omicidio e anche dal comportamento post-delitto.

Intanto sembra chiaro che tra i due uomini ci fosse un rapporto molto stretto, probabilmente davvero di natura omosessuale. Sembra anche chiaro che il delitto fosse premeditato, e si potrebbe essere compiuto la notte di San Valentino, anche se l'autopsia non è stata allora in grado di stabilire con precisione la data della morte di Giliberti. Sembra anche assodato che i due uomini fossero stati compagni d'armi. Le testimonianze dell'epoca riferiscono che Mario e A.C., sotto le armi, fossero sempre in compagnia di un terzo commilitone, e i tre venivano in maniera beffarda e dispregiativa chiamati 'le tre monachelle', forse proprio per le loro tendenze sessuali. L'assassino è quel terzo uomo? Ma soprattutto, chi è?

A queste domande non è stato ancora possibile dare una risposta. Quello che la trasmissione ha potuto fare è stato far analizzare a un esperto di crittogrammi e di enigmi dei messaggi di Diabolich mai analizzati prima, che potrebbero essere così 'tradotti': "L'assassino è il giudice penoso e emette la morte". Il secondo invece potrebbe essere: "E io uccido colui che volle mandar Minerva". Minerva è la dea della guerra, e anche questi messagggi sembrano quindi ricondurre a un ambiente militare. La domanda però resta sempre la stessa: chi è Diabolich? Chissà se lo scopriremo mai.

Il giallo e il nero puntata del 16 marzo: Il delitto di via Fontanesi

Il giallo e il nero puntata del 16 marzo: Il delitto di via Fontanesi
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Il giallo e il nero puntata del 16 marzo: Il delitto di via Fontanesi

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