Trattativa Stato-Mafia: chi è Mario Mori

L’ex generale del Ros dei carabinieri ed ex capo del Sisde Mario Mori è alla sbarra nel processo sulla presunta trattativa tra uomini dello Stato e Cosa nostra, per minaccia e violenza al corpo politico dello Stato. Il suo grande accusatore è un altro degli undici indagati nell’inchiesta, Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, don Vito.

Mori, ufficiale dei carabinieri già in prima linea negli anni del terrorismo politico con il generale dalla Chiesa, è l’uomo che ha arrestato Toto Riina, ma anche il carabiniere indagato a Palermo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Insieme a lui sono altri due gli ufficiali dell’Arma rinviati a giudizio per la presunta trattativa, l’ex generale del Ros Antonio Subranni e l'ex capitano Giuseppe De Donno.

Secondo quanto dichiarato da Massimo Ciancimino Mori si sarebbe occupato di agevolare lo sviluppo della trattativa Stato-mafia, veicolando le richieste dei boss a una parte della istituzioni in cambio della fine della strategia stragista messa in atto da Cosa nostra a partire dal 1992, con gli attentati ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e poi con le bombe di Firenze e Roma.

Quello stesso Stato che non volle scendere a compromessi con i brigatisti che rapirono l’allora presidente della democrazia cristiana Aldo Moro è poi davvero sceso a patti con i vertici della mafia? Fino a che punto le richieste che sarebbero contenute nel famoso papello di Riina, tra cui la fine del del carcere duro per i boss, erano pronte ad essere recepite da una parte politica? Chi sarebbero stati i referenti politici-istituzionali di Mori, De Donno e Subranni?

Al termine di questo processo di primo grado quell’area grigia, quella cappa, che si è addensata sulla fedeltà di questi servitori della patria potrà diradarsi? Mori si è sempre difeso dicendo che i rapporti con Ciancimino rientravano nell’ambito di colloqui investigativi effettuati da ufficiali del Ros, e volti per lo più alla cattura di latitanti.

Mori, nell’ambito del procedimento che lo vede imputato per favoreggiamento aggravato alla mafia per il mancato arresto di Provenzano (nel 1995) ha anche accusato Massimo Ciancimino di aver modificato ad arte le lettere del padre utilizzando semplici programmi al computer.

Le perizie della procura su missive e pizzini sostengono però che non vi è traccia di manipolazioni. E tra quelle carte agli atti del processo ci sono anche degli “Appunti per incontro. A futura memoria”. In questa nota, scritta in parte a macchina in parte a mano, trovata in casa di Ciancimino l’ex sindaco di Palermo si riferirebbe agli omicidi

“Lima, Falcone, Borsellino, Salvo. La lista e’ lunga. So che se non interveniamo come ho suggerito non si fermeranno. Mori mi dice di essere stato autorizzato ad andare avanti per la mia strada. Ho aderito alla richiesta fatta dal colonnello Mori lo scorso giugno. Ho chiesto di poter incontrare in privato Violante".

L’ex direttore degli Affari penali del ministero della giustizia Liliana Ferraro sentita come testimone al processo ha dichiarato che:

“Il Ros dei carabinieri cercò un contatto con Vito Ciancimino nei giorni successivi alla strage di Capaci, dove venne ucciso il giudice Giovanni Falcone con la moglie e tre agenti della scorta”.


Poi l'ex direttore degli Affari penali ha aggiunto che il capitano De Donno le aveva detto che avrebbe potuto “agganciare” Vito Ciancimino grazie al figlio Massimo. Siamo nel giugno del 1992 a cavallo tra la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Falcone la moglie e tre agenti di scorta, e quella di via D’Amelio, in cui moriranno il giudice Borsellino e la sua della scorta.

La Ferraro in aula riferendosi a De Donno ha poi detto:

“Voleva che lo dicessi al ministro Martelli per avere conforto politico. Io dissi che era il caso di parlarne con Borsellino. Martelli mi disse la stessa cosa: ma che vogliono, parlino con Paolo”.

La donna è stata anche sentita sul suo incontro con Borsellino:

"Il 28 giugno del ’92 incontrai Borsellino all’aeroporto di Bari e gli dissi dell’intenzione del Ros di contattare Vito Ciancimino per indurlo a collaborare. Non ebbe reazioni particolari, mi disse solo: ora me ne occupo io”.

Gli incontri tra gli ufficiali del Ros e Vito Ciancimino, secondo il racconto del figlio Massimo e dalla Ferraro, sarebbero quindi avvenuti a giugno del ’92, circa un mese dopo l’attentato a Falcone e un mese prima dell’autobomba che ha dilaniato Paolo Borsellino e i suoi cinque angeli custodi. L’attentato di mafia a Borsellino venne organizzato per impedire che il magistrato si opponesse all’avviata trattativa Stato-Cosa nostra o, come ha sostenuto Mori, per la sua inchiesta sugli intrecci mafia politica e appalti? Entrambe le indagini erano nelle mani del Ros, che da fiore all’occhiello della lotta a Cosa nostra si trova ora a doversi difendere per la presunta condotta quantomeno borderline dei suoi ex vertici.

  • shares
  • Mail