Trattativa Stato-Mafia: chi è Giovanni Brusca

Giovanni Brusca, classe 1957, è uno dei dieci imputati rinviati a giudizio nel processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia, uno dei quattro boss mafiosi insieme a Totò Riina, Antonio Cinà e Leoloca Bagarella. Come gli altri, anche Brusca è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Per capire che ruolo ha avuto Brusca in queste trattative tra i vertici di Cosa Nostra e lo Stato Italiano, bisogna partire dal principio, da quando, da giovane, fu introdotto all'attività del padre, il boss Bernardo Brusca.

Il boss, scomparso nel 2000, era capo del mandamento di San Giuseppe Jato, affiliato a quello di Corleone e di Totò Riina. Brusca, classe 1957, divenne capo del mandamento all'età di 28 anni, dopo l'arresto del padre, e da quel momento la sua carriera criminale divenne inarrestabile, tanto da portarlo, dopo l'arresto di Riina e Bagarella, a capo dei corleonesi.

Nel mezzo centinaia di omicidi, molti dei quali proprio nella stagione stragista tra il 1992 e il 1994 e nella seconda guerra di mafia di un decennio prima. Molto di quello che sappiamo di Giovanni Brusca e della sua carriera criminale arriva proprio dalle sue dichiarazioni. Lo "scannacristiani", come veniva soprannominato, è diventato collaboratore di giustizia dopo il suo arresto nel maggio 1996 e anche grazie alle sue rivelazioni si è riusciti a fare chiarezza su uno dei periodi più oscuri della storia d'Italia.

E' stato proprio Brusco ad ammettere non soltanto di aver partecipato alla strage di Capaci, ma di aver addirittura azionato il telecomando che fece esplodere il tritolo posizionato nel tunnel sotto l'autostrada, uccidendo il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. A questo proposito, nel libro-confessione pubblicato da Mondadori, si legge:

Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l'auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.

Brusca ebbe anche un ruolo fondamentale nella strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e quattro dei suoi uomini di scorta: per sua stessa ammissione, il boss non prese parte all'attentato, ma fu uno dei mandanti. Partecipò fisicamente, e ne fu tra gli organizzatori, al rapimento e all'omicidio di Giuseppe Di Matteo, il figlio 13enne del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo.

Il bimbo fu rapito nel novembre 1993 e ucciso ben due anni dopo, l'11 gennaio 1996: come ammesso da Brusca, il piccolo Di Matteo fu strangolato e sciolto nell'acido, facendo così sparire ogni prova di quel crimine.

Giovanni Brusca si trova in carcere dal momento del suo arresto - il 20 maggio 1996 - ma nel corso degli anni, anche grazie alle sue rivelazioni, è riuscito ad ottenere diversi permessi ed è stato in grado di uscire più volte dalla sua cella e dal carcere per visitare i suoi familiari, almeno fino al 2004, quando perde quel diritto, già oggetto di numerose polemiche, perchè viene sorpreso ad usare un telefono cellulare.

Ora, dopo questo rinvio a giudizio, rischia una nuova condanna da aggiungere alla già folta schiera di anni da trascorrere dietro le sbarre.

Foto | GQ

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