Trattativa Stato-mafia: chi è Antonino Cinà

Tra i rinviati a giudizio nel processo sulla trattativa Stato-mafia uno dei nomi forse meno noti alle cronache è quello di Antonio Cinà, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Chi è Cina? Come entra nell’inchiesta sul presunto patto tra mafia e pezzi, più o meno deviati, dello Stato?

Antonino Cinà, nato a Palermo nel 1945, è un medico analista che dopo la laurea prende il posto all’ospedale civico del capoluogo di regione siciliano, nel reparto di neurologia. Ma Cinà fu soprattuto il medico, secondo le indagini, di Totò Riina e Bernardo Provenzano all’epoca della loro latitanza e di un altro capo mafioso di primo piano come Leoluca Bagarella. A fare arrestare Cinà per la prima volta sono le cantate del pentito Balduccio di Maggio.

È il 1993. Poi arrivano le accuse di un altro ex boss che nel frattempo ha saltato il fosso, Giovanni Brusca, l'uomo che fece esplodere la bomba della strage di Capaci nella quale morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della scorta. Brusca lancia un’accusa precisa a Cinà. Il medico ha stilato il famigerato papello con le richieste formulate da Cosa nostra allo Stato dopo le stragi. Richieste che sarebbero pervenute attraverso intermediari, in divisa o in borghese, la cui fedeltà alle istituzioni è appunto materia del processo sulla trattativa.

Condannato, nel 2003 Cinà torna libero anche se è sottoposto a misura di prevenzione. Qualche anno fuori e nel 2006 il dottore dei boss torna in carcere: secondo chi indaga fa parte della triade palermitana che dopo gli arresti di Riina e Provenzano è al vertice della mafia. Il medico è accusato anche dell'omicidio di Giovanni Bonanno presunto capo del mandamento di Resuttana. Cinà, che nei pizzini di Provenzano è indicato con il numero 164, viene condannato in via definitiva all'ergastolo nel 2011.

Foto © Getty Images

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