Trattativa Stato-Mafia: chi è Totò Riina

Tra i dieci imputati rinviati a giudizio nell'ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia, tra lo Stato Italiano e i vertici di Cosa Nostra, forse Salvatore "Totò" Riina, è quello che meno di tutti ha bisogno di presentazioni. Noto a tutti come Totò, ma conosciuto anche come U curtu o La Bestia, per la sua statura e per la sua rinomata ferocia, Salvatore Riina è forse uno dei criminali italiani più noti in tutto il Mondo, l'indiscusso capo di Cosa Nostra a partire dagli anni '80.

I suoi contatti con la criminalità organizzata, e quindi i suoi primi passi nella scalata fino ai vertici di Cosa Nostra, cominciano fin da adolescente. Riina, nato nel comune palermitano di Corleone, finisce in carcere per la prima volta all'età di 19 anni, quando si era già avvicinato alla "primula rossa di Corleone", boss Luciano Liggio, e alla cosca locale. Riin uccise un suo coetaneo durante una rissa e per quel delitto fu condannato a scontare 12 anni di carcere.

Ne fece di meno e nel 1956 lasciò il carcere dell'Ucciardone e fu introdotto nel settore della macellazione clandestina proprio da Liggio. Pochi anni dopo, siamo già al 1963, Riina viene nuovamente arrestato: fu trovato in possesso di un'arma non dichiarata e di una carta d'identità falsa. Trascorse pochi anni dietro le sbarre, periodo in cui fece la conoscenza del criminale Gaspare Mutolo.

Lascia il carcere nel 1969 dopo esser stato assolto per insufficienza di prove e nei mesi successivi di rendere irreperibile. E' l'inizio della sua lunghissima e leggendaria latitanza, durata oltre 24 anni, periodo in cui sale lentamente al potere e si rende protagonista di alcuni degli episodi più bui e violenti della storia d'Italia, a cominciare dalla strage di Viale Lazio a Palermo, in cui il 10 dicembre 1969 persero la vita 6 persone.

L'agguato fu organizzato per punire il boss Michele Cavataio e a perire, oltre allo stesso Cavataio, furono quattro dipendenti dell'impresa del costruttore Girolamo Moncada, che era anche il covo del boss, e Calogero Bagarella, membro della cosca di Corleone e autore dell'agguato insieme a Riina, Bernardo Provenzano e alcuni esponenti della cosca di Santa Maria di Gesù e quella di Riesi.

In poco tempo il potere di Totò Riina crebbe in maniera esponenziale, tra sequestri di persona, omicidi su commissione e alleanze con Vito Ciancimino, anche lui originario di Corleone, che divenne sindaco di Palermo tra il 1970 e il 1971.

Quando, nel 1974, Luciano Liggio viene arrestato, Totò Riina diventa il reggente della cosca di Corleone e grazie al sequestro e all'omicidio di Luigi Corleo, sempre negato dallo stesso Riina, riesce ad assestare un duro colpo alle cosche Badalamenti e Bontate, facendo addirittura espellere Gaetano Badalamenti dalla Commissione e in favore del suo amico Michele Greco. La struttura dell'organizzazione stava cambiando: siamo già al 1978, pochi anni prima della cosiddetta seconda guerra di mafia, il conflitto interno a Cosa Nostra che si concluse soltanto nel 1983 dopo oltre mille omicidi.

La Repubblica, nel 1985, scriveva così:

In seicento pagine i giudici istruttori di Palermo guidati dal consigliere Antonino Caponnetto ricostruiscono le tappe salienti di questa storia criminale che ha sconvolto la Sicilia. Morti eccellenti di magistrati, di funzionari e agenti di polizia, di ufficiali dei carabinieri, di politici. Ma anche di boss e "uomini d' onore", con una data che rappresenta forse una pietra miliare nello scontro tra le cosche di Cosa nostra: quel 23 aprile 1981, quando in via Aloi alla periferia orientale della città, morì Stefano Bontade, il re di Villagrazia, l' uomo che secondo le rivelazioni di contorno aveva osato sfidare Salvatore Riina, uno dei potentissimi luogotenenti di Liggio, giurando di ucciderlo. Ma la vendetta non basta da sola a giustificare l' inizio di una orribile catena di sangue. I giudici istruttori nella loro ordinanza infatti scrivono che "personaggi come Stefano Bontade, Tommaso Buscetta, Salvatore Inzerillo, Gaetano Badalamenti dovevano essere eliminati o perchè troppo ancorati agli schemi tradizionali di Cosa nostra o perchè dotati di personalità tale da contrastare con successo l' ambizioso progetto dei corleonesi di assumere il controllo dell' intera organizzazione".

A quel punto Totò Riina è già uno dei criminali più ricercati e pericolosi d'Italia, eppure continua indisturbato a gestire gli affari di Cosa Nostra e a far parte della Commissione, soprattutto dopo l'arresto di Michele Greco, nel 1986. Mentre il boss è latitante, arrivano le prime condanne importanti: nel 1992 il primo ergastolo - per l'omicidio del capitano Emanuele Basile - e solo un anno dopo il secondo ergastolo - per l'omicidio del boss Vincenzo Puccio - fino al momento del suo arresto.

E' il 15 gennaio del 1993 quando, davanti alla sua abitazione al civico 54 di via Bernini a Palermo, viene catturato dalla squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo, il Crimor. Da quel momento Totò Riina non verrà mai più rilasciato. Ecco cosa scriveva quel giorno La Stampa:

In tasca aveva cinquecentomila lire e qualche spicciolo, una scatola di pasticche per il mal di gola, nessun mazzo di chiavi. Nel portafoglio una fotografia della moglie Antonietta quando era giovane, al polso un orologio col cinturino di metallo, nemmeno troppo costoso. Infilata al dito solo la fede, qualche carta custodita in un anonimo borsello. [...] Quando s'e' visto in trappola, costretto a declinare le vere generalita', s'e' lasciato andare ad una frase che tutti avrebbero messo in bocca ad un vero preso dopo una caccia durata 23 anni: "Sì, sono Salvatore Riina. Bravi, complimenti".

Nel frattempo arrivano altre condanne, a partire dal nuovo ergastolo, nel 1994, per l'omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta:


  • 1995: ergastolo per l'omicidio del tenente colonello Giuseppe Russo;

  • 1995: ergastolo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà;

  • 1995: ergastolo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina;

  • 1995: ergastolo per l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano, e del professor Paolo Giaccone;

  • 1996: ergastolo per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti;

  • 1997: ergastolo per la strage di Capaci in cui persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro;

  • 1997: ergastolo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova;

  • 1999: ergastolo per la strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e quattro dei suoi uomini di scorta;

  • 2000: ergastolo per l'attentato in Via dei Georgofili in cui persero la vita 5 persone;

  • 2002: ergastolo per l'omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli;

  • 2002: ergastolo per l'omicidio del giudice Rocco Chinnici;

  • 2009: ergastolo per la strage di viale Lazio;

  • 2010: ergastolo l'omicidio di Giovanni Mungiovino, Giuseppe Cammarata e Salvatore Saitta;

  • 2012: ergastolo per l'omicidio di Alfio Trovato.

Il resto è cronaca di questi giorni: il boss è stato rinviato a giudizio con l'accusa di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato insieme ai boss Antonino Cinà, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, agli ex ufficiali dei carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno e l'ex senatore del Pdl Marcello Dell'Utri.

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