Speciale: il processo Mori, Massimo Ciancimino e le accuse

Mario Mori

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare molto di Massimo Ciancimino e delle sue dichiarazioni relative alla trattativa tra Stato e mafia nel periodo post-stragista dei primi anni '90. Nella deposizione rilasciata all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo Ciancimino jr. ha sostenuto ciò che aveva già detto più volte in passato, ma è necessario fare un passo indietro per comprendere il contesto processuale.

Quello che si sta svolgendo a Palermo è il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati entrambi di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell'ottobre del 1995. Mori ed Obinu del Ros avrebbero, in pratica, deciso di non intervenire nel momento in cui avrebbero potuto catturare Provenzano.

Da ricordare che Mario Mori ha già subìto un processo per favoreggiamento, assieme al capitano Sergio De Caprio - il capitano Ultimo - per non aver perquisito il covo di Totò Riina subito dopo il suo arresto, consentendo così a Cosa Nostra di ripulire tutto quanto da prove indispensabili alle indagini. Questo processo si è concluso con un'assoluzione, nonostante sia stata riconosciuta l'omessa perquisizione della casa e l'inquinamento delle relative indagini.

Tutto parte dalla tesi accusatoria sostenuta dal Colonnello Michele Riccio che si è occupato dell'indagine su Provenzano sin dai tempi in cui era alla Dia e poi passato ai Ros. Personaggio chiave dell'indagine era Luigi Ilardo detto "Gino", reggente del mandamento di Caltanissetta, che si era messo a disposizione degli investigatori in qualità di infiltrato con lo pseudonimo di "Oriente". Nel momento dell'inizio della collaborazione Ilardo non è un pentito, ma ha intenzione di aiutare a smantellare quella Cosa Nostra stragista che lui non riconosce più per poi diventare un collaboratore ufficiale dello Stato. E' servito un anno di incontri con gli ufficiali prima di poter rientrare nell'associazione.

Dopo l'uscita dal carcere di La Spezia il 12 Gennaio 1994 Ilardo è convinto di poter riprendere velocemente i rapporti dentro Cosa Nostra per poter poi arrivare ad incontrare personalmente il padrino, Bernardo Provenzano. Nel periodo antecedente al tanto agognato incontro Gino dà prova della sua lealtà fornendo agli investigatori prove documentali, "pizzini", testimonianze che consentono la cattura di boss come Santo Sfameni, Vincenzo Aiello, Giuseppe Barbagallo e Domenico Vaccaro oltre a delineare la linea affaristica di Cosa Nostra.

Il 31 ottobre 1995 Ilardo riesce a farsi invitare nel covo di Provenzano, un casolare sito tra le campagne di Mezzojuso in provincia di Palermo. L'incontro tra Ilardo e Provenzano dura tutto il giorno e gli uomini del Ros appostati a debita distanza documentano il momento in cui Gino sale sulla macchina di Lorenzo Vaccaro per recarsi dal boss. Non li seguono, per paura di venire scoperti. Ilardo manda a memoria tutta la discussione, targhe, numeri di telefono e la sera stessa riferisce tutto a Riccio fiducioso di poter rivedere Provenzano nel giro di pochi giorni e consentirne la cattura. L'unica richiesta di Ilardo è quella di non essere presente a quel momento perché "non sopporterei lo sguardo", confida a Riccio.

Riccio fa un rapporto dettagliato con tutti i dati acquisiti per consentire i primi sopralluoghi ed individuare la "trazzera", la stradina di campagna che porta al covo di Provenzano. Nonostante le indicazioni dettagliate fornite da Ilardo e Riccio gli uomini agli ordini del colonnello Mori e del maggiore Obinu non riescono ad individuare il luogo, neanche ricorrendo ai sorvoli aerei. E' il primo momento in cui Riccio si insospettisce, ma per verificare le indicazioni ricevute da Ilardo effettua due nuovi sopralluoghi assieme a Gino: non hanno alcuna difficoltà a ritrovare il posto.

Stando a quanto dichiarato da Riccio da quel momento in poi le indagini subiscono uno stop, senza ulteriori verifiche o prosecuzioni significative. Riccio inizia a temere per l'incolumità di Ilardo se l'operazione non viene conclusa alla svelta. Si arriva al 2 maggio 1996 quando il colonnello Mori ed Obinu decidono di incontrare Ilardo a Roma per rendere ufficiale la sua collaborazione con la giustizia e consentirgli di entrare nel programma di protezione.

Durante l'incontro Ilardo guarda negli occhi Mori e con molta sicurezza di ciò che sta per dire afferma:"Molti attentati non li abbiamo commessi nel nostro interesse, ma vengono da voi". Un'accusa pesante a cui Mori non risponde in alcun modo, mentre Riccio rimane sconcertato. In questo lasso di tempo Ilardo prende tempo e decide di non entrare subito nel programma di protezione, quasi certo di poter arrivare ad un nuovo incontro con Provenzano.

Il 10 maggio 1996 Luigi Gino Ilardo viene freddato con colpi di arma da fuoco a poca distanza dalla sua abitazione. Qualcuno lo ha scoperto ed è successo pochissimi giorni dopo aver incontrato Mori. Riccio cerca di darsi le risposte ed unisce tutti i dati a sua disposizione: il non intervento a Mezzojuso, l'inefficienza professionale dimostrata dai Ros nei sopralluoghi per individuare il covo di Provenzano, le attività investigative sulle informazioni di Ilardo mai avviate e la coincidenza dell'omicidio subito dopo quell'incontro di Roma.

Tutto quanto progettato per fornire protezione a Bernardo Provenzano. E' questa la tesi accusatoria alla base del processo per favoreggiamento a carico degli attuali generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu. E da qui partono le indagini sulla Trattativa e l'importanza delle parole di Massimo Ciancimino.

  • shares
  • Mail