Giuseppe Gulotta, assolto dopo 22 anni, chiede allo Stato un risarcimento di 69 milioni

Giuseppe Gulotta

Assolto dopo aver trascorso quasi 22 anni di carcere da innocente. Ora chiede allo Stato un maxi risarcimento di 69 milioni di euro, il più alto mai chiesto per riparare ad un errore giudiziario. Lui è Giuseppe Gulotta e la sua storia è ben nota: fu condannato all'ergastolo perchè ritenuto uno degli autori della strage avvenuta il 26 gennaio 1976 presso la casermetta di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, strage in cui persero la vita l'appuntato Salvatore Falcetta e il carabiniere Carmine Apuzzo.

L'assoluzione, che ha messo fine ad un calvario durato una vita, è arrivata nel febbraio dello scorso anno ed ora, a quasi un anno dal tanto atteso ritorno in libertà, è arrivata la richiesta di risarcimento, presentata allo Stato Italiano dai legali dell'uomo, che oggi ha 56 anni, motivata e ponderata nei minimi particolari:

La riparazione dell'errore giudiziario va commisurata alla durata dell’espiazione della pena e alle conseguenze personali e familiari derivate dalla ingiusta condanna. Tenuto conto della durata della grave vicenda e del periodo di detenzione patito, il danno complessivo è enorme. Quest'uomo ha subìto un danno patrimoniale, che comprende sia la perdita dell'attività lavorativa che l'obbligata rinuncia a tutte le chances professionali, oltre all'entità dei contributi previdenziali versati. A questo si aggiunge poi il danno non patrimoniale, declinabile in danno biologico, morale ed esistenziale.



A parlare è l'avvocato Pardo Cellini, a cui hanno fatto eco le dichiarazioni dello stesso Gulotta:

E' una cifra molto alta che a stento riesco a pronunciare, ma ciò che mi è stato tolto è incalcolabile. Penso a tutte le occasioni mancate, alle opportunità perdute: all’epoca della condanna definitiva, nel 1990, ero un bravo muratore avevo una ditta individuale ben avviata che fatturava circa 100 milioni di lire all’anno. Nel 1976, invece, prima dell’omicidio dei due carabinieri, avevo fatto domanda per la Guardia di Finanza e c’erano buone possibilità che mi prendessero. Poi mi accusarono e tutto andò in fumo.

Il calvario di Gulotta, come dicevamo in apertura, è durato diversi decenni: fu arrestato il 12 febbraio 1976 quando aveva appena 18 anni dopo un violento interrogatorio da parte delle forze dell'ordine. Con lui finirono in manette lo stesso Vesco, suicidatosi in carcere sei mesi dopo, Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, entrambi rifugiati in Brasile da anni, e il carrozziere Giovanni Mandalà, deceduto.

Il giovanissimo fu assolto dalla Corte d’Assise di Trapani, ma le speranze che la verità venisse a galla andarono in fumo quando la Corte d'Assise di Palermo decise di condannarlo all'ergastolo. Poi fu la volta della Cassazione, che annullò la condanna e trasferì gli atti ad un'altra sezione di Palermo, che condannò nuovamente Gulotta all'ergastolo. La condanna fu confermata dalla Corte d’Appello di Caltanissetta e a quella di Catania fino al 1990, quando la sentenza divenne definitiva.

Per la svolta furono necessari 18 anni. Nel 2008, grazie alle dichiarazioni rese dall'ex brigadiere Renato Olino, emerse la verità: le confessioni dei quattro giovani furono estorte con la violenza, nessuno di loro era colpevole. Dalla revisione del processo al proscioglimento definitivo il passo è stato relativamente breve: dopo 21 anni trascorsi dietro le sbarre, Giuseppe Gulotta tornò ad essere un uomo libero.

Nel corso di questi anni furono commessi numerosi errori - dalle torture subite alle indagini approssimative, passando per gli errori commessi da più di un giudice - e non è facilissimo individuare i responsabili. Da qui l'entità record del risarcimento chiesto. Ad oggi, lo sottolinea La Nazione, il più alto risarcimento pagato dallo Stato ammontava a 4,6 milioni di euro. Come risponderà lo Stato di fronte ad una richiesta così esosa?

Nell'attesa di scoprirlo, i legali di Gulotta hanno le idee ben chiare: "Abbiamo intrapreso una procedura bonaria, riservandoci però di agire in modo più risoluto se da parte dello Stato non vedessimo la volontà di trovare un punto d’incontro".

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