Omicidio Lea Garofalo, parla uno dei killer: "è la legge della Calabria, non sono un mostro"

Sono passati tre anni dall'omicidio di Lea Garofalo, otto mesi dalla condanna all'ergastolo dei sei responsabili e solo poco più di un mese dal ritrovamento dei resti della donna. Per la prima volta, dopo tutto questo tempo, uno dei killer ha deciso di vuotare il sacco, di raccontare cosa successe la sera del 24 novembre 2009.

Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise, figlia della donna e di Carlo Cosco, anche lui condannato all'ergastolo, ha scritto una lettera dal carcere di Milano in cui è rinchiuso: "Il coraggio di Denise, la forza che ha, mi è servita da esempio. È una cosa molto delicata e credo che a tutti farebbe piacere sapere come sono andati realmente i fatti sulla scomparsa di lei, in particolar modo a Denise: io voglio far luce su questa storia per lei".

Il 34enne dice di non essere né un mostro né un mafioso, ma di aver fatto soltanto quello che prevede "la legge che vige in Calabria, diversa da quella che regola il resto del Mondo". Come dire che il destino di Lea Garofalo era già scritto dopo che la donna aveva deciso di ribellarsi alla 'ndrangheta e collaborare con la giustizia. Lui fu spinto ad avvicinare la figlia Denise, a conquistare la sua fiducia e allo stesso tempo sorvegliare Lea, seguire i suoi spostamenti e riferire ai suoi capi.

Da lì, scrive Venturino, sarebbe nata una storia d'amore, non prevista. Ed è proprio per questo motivo che ora ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti, non troppo dissimile dalla ricostruzione emersa in seguito al ritrovamento del cadavere della donna.

Lea Garofalo fu uccisa la sera del 24 novembre, a Milano: fu rapita dall'ex marito e dai suoi complici, Venturino compreso, caricata in auto e torturata per farsi dire cosa aveva detto agli inquirenti e infine strangolata. Poi, ammette il pentito, il corpo fu chiuso in un bidone e dato alle fiamme nel luogo in cui, proprio grazie alla testimonianza dell'uomo, il mese scorso sono stati rinvenuti i resti.

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