L'angolino della procedura: Stasi e il rito abbreviato

Inauguriamo con questo post una nuova rubrica settimanale, che cercherà di far luce nel modo più semplice possibile su alcuni termini e concetti giuridici che vengono utilizzati, spesso a sproposito, dal complesso mediatico roboante e talvolta fastidioso in cui siamo immersi.

Iniziamo parlando del rito abbreviato chiesto da Stasi, tutti ne avrete sentito parlare. Ma di che cosa si tratta, di preciso? Il giudizio abbreviato è un rito speciale, ovvero una particolare serie di regole processuali che vengono seguite al posto di quelle generali, ordinarie.

Quindi, se l'imputato chiede il rito abbreviato, non si apre il processo penale così come lo conosciamo, bensì si apre un altro tipo di processo, che toglie qualcosa dall'eventuale pena dell'imputato, per premiarlo per aver fatto risparmiare tempo e risorse allo stato, nella mancata celebrazione del rito ordinario.

Ovviamente si può discutere a lungo sulla natura premiale della scelta di un rito a discapito di un altro, ed è certamente un argomento che mette in evidenza alcuni limiti del nostro sistema giudiziario, costretto a "raccimolare efficienza" andando a distorcere e modificare quelle che sono le pene previste dal codice penale. Perché di fatto, se l'imputato chiede di essere processato con il rito abbreviato, il PM (cioè il pubblico ministero, di cui parleremo presto in questa rubrica) non si può rifiutare di concederlo, e la pena, se sarà comminata, sarà ridotta del valore fisso di un terzo. Fisso significa non discrezionale, come invece nel patteggiamento, dove lo sconto di pena arriva "fino ad un terzo".

Quindi, dopo l'udienza preliminare, invece di andare in dibattimento, dove si dovranno ri-formare tutte le prove (salvo quelle non ripetibili, per cui viene disposto l'incidente probatorio, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa), si formerà un giudizio in camera di consiglio, nelle forme dell'udienza preliminare (il cui giudice è il famoso GUP), e il risparmio di tempo sta proprio nel poter utilizzare le prove raccolte dal GIP (giudice delle indagini preliminari), conducendo quindi un giudizio tendenzialmente allo stato degli atti.

In realtà, dopo le modifiche della c.d. legge Carotti (1999), c'è la possibilità di chiedere un'integrazione probatoria, sia da parte dell'imputato che da parte del PM, ma questa ipotesi assume un carattere di specialità (va utilizzata solo nei casi di assoluta esigenza probatoria, secondo la Corte di Cassazione). Quindi il GUP deciderà dell'innocenza o della colpevolezza dell'imputato, direttamente nella fase pre-dibattimentale, facendo così risparmiare tempo alla pachidermica macchina giudiziaria, e alle parti processuali, pronunciando una sentenza di condanna, di assoluzione o di non luogo a procedere.

Ma in questo scenario, si palesa una questione critica: comunemente si sente dire che "se l'imputato ha chiesto l'abbreviato, vuol dire che è colpevole", ovvero la richiesta dell'abbreviato includerebbe un giudizio di colpevolezza implicita. Quanto è vera quest'affermazi0ne, e quanto invece si scontra con il principio della presunzione di non colpevolezza garantita dalla nostra Carta Costituzionale (Art.27)? E' una questione difficile, che trova origine nel tentativo di conciliazione delle contrapposte esigenze di rapidità processuale e garanzie costituzionali, in rapporto anche alla parte offesa: un modo che scontenta qualcuno per contentare qualcun altro, per alleggerire il carico di lavoro dei tribunali italiani.

E l'aspetto che più fa discutere è la previsione per cui la pena dell'ergastolo, perpetua per definizione, con l'abbreviato viene ridotta a 30 anni, modificando in così larga misura la pena che si rafforza quel presupposto pregiudizio dell'implicita colpevolezza (per cui nessun innocente si farebbe 30 anni di carcere, piuttosto andrebbe nella fase dibattimentale con tutte le garanzie dell'ordinamento e l'ulteriore formazione di tutte le prove). In poche parole, una certa corrente di pensiero più smaliziata sostiene che il chiudere il giudizio il prima possibile sia un modo per escludersi la possibilità di poter giocare ulteriori carte difensive, perchè in sostanza queste carte non ci sono, quindi tanto vale prendersi 30 anni, tanto per non rischiare di più.

Ovviamente il giurista non può accettare una simile interpretazione, e per questo dirà che le garanzie sono tali e devono essere effettive in ogni fase e grado del processo, fino alla pronuncia di colpevolezza nel terzo grado di giudizio; però abbiamo purtroppo visto come, in una società cui sottende una cultura che tende a spettacolarizzare le disgrazie e i relativi processi, sia sempre più difficile garantire una giustizia "giusta", sia per l'imputato, sia per la vittima o per chi la rappresenta.
I riferimenti sono agli articoli 438 e seguenti del codice di procedura penale.

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