Condannata per la tesi sui No Tav: tutta colpa del “noi”

Secondo l’accusa l’uso della prima persona plurale proverebbe il concorso morale della giovane antropologa

No Tav

La ventinovenne Roberta Chiroli, ex studentessa all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stata condannata un mese fa per “concorso morale” per avere partecipato alle azioni dei No Tav avvenute il 14 giugno 2013 in Valsusa.

Quel giorno, a Salbeltrand, i manifestanti invasero la sede di Itinera che forniva il calcestruzzo al cantiere di Chiomonte e bloccarono temporaneamente il transito di una betoniera. Roberta Chiroli era lì, come laureanda, per essere testimone degli eventi, perché questo è ciò che fa un antropologo: si cala in una realtà e la documenta cercando di depurarla da qualsiasi filtro.

Il giudice Roberto Ruscello ha depositato le motivazioni della sentenza e ha cercato di spiegare perché ha condannato la studentessa. In continuità con le argomentazioni della tesi accusatoria, il giudice ha ricavato la sua responsabilità dall’utilizzo del pronome ‘noi’ e della prima persona plurale:

“Ci siamo diretti verso la stazione per poter prendere il treno... improvvisando un piccolo corteo e bloccando di fatto la viabilità sulla strada... In quel momento arrivavano due camion e gli attivisti si sono disposti davanti alzando lo striscione mentre altri sventolavano le bandiere No Tav e gridavano slogan contro le ditte coinvolte nel cantiere. (…) dopo una decina di minuti…abbiamo interrotto il blocco del traffico permettendo ai camion e ai veicoli in coda di passare dirigendoci alla stazione”,

si legge nel brano della tesi citato su La Stampa.

La tesi difensiva dell’avvocato Valentina Colletta ovvero quella di un comportamento di “mera osservatrice” da parte di Roberta è stata respinta in toto.

Sull’utilizzo del “noi” è interessante quanto spiega Valentina Bonifacio, la ricercatrice che ha seguito Roberta Chiroli nel lavoro di tesi al Dipartimento di Studi Umanistici all’Università di Venezia, a Enzo Ferrara su Lo straniero:

“In antropologia, a partire dalla svolta postcoloniale è considerato importantissimo che il ricercatore si ponga in prima persona nella narrazione. Proprio perché non c’è una gerarchia, non c’è un ricercatore che ne sa molto di più di quelli che sta studiando e vuole sottolineare la sua distanza e il suo essere in qualche modo la voce divina che ha capito tutto e lo sta descrivendo. Il ricercatore è un essere umano che ha tratto delle conclusioni da un incontro e quindi se non rende questo incontro trasparente offre al lettore meno dati e suggerisce informazioni incomplete se non fa capire qual era la sua posizione sul campo e all’interno di quale incontro le sue conclusioni sono sorte. È molto più onesto, è una questione di onestà metodologica, dire che c’eri anche tu”.

Dunque il “noi” è una convenzione, una pratica diffusa nel mondo accademico la cui ordinarietà è stata completamente trascurata al momento della sentenza. Ora l’antropologa andrà in appello con la speranza che venga ribaltato il verdetto del primo grado.

Via | La Stampa | Lo Straniero

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