Fermo, difende la compagna da insulti razzisti e viene picchiato a morte. Si indaga per omicidio preterintenzionale

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7 luglio 2016 - È stato fermato questa mattina dalle forze dell'ordine il 35enne cittadino italiano che dovrà ora rispondere dell'accusa di omicidio preterintenzionale con l'aggravante del razzismo. Repubblica riferisce che il suo avvocato ha detto che l'assistito "si è semplicemente difeso e ora è molto addolorato".

6 luglio 2016 - Un cittadino nigeriano di 36 anni, Emmanuel Chidi Namdi, richiedente asilo nel nostro Paese, è deceduto oggi pomeriggio all’ospedale di Fermo dopo diverse ore in coma a seguito di un barbaro pestaggio da parte di un cittadino italiano, un 35enne di Fermo già noto alle forze dell’ordine per altri episodi di violenza.

L’aggressione è avvenuta ieri in via XX Settembre a Fermo, a pochi passi dal seminario vescovile che stava ospitando l’uomo e la sua compagna Chinyery, di 24 anni, dallo scorso settembre, quando i due erano fuggiti dalla Nigeria dopo aver perso i genitori e una figlia piccola nell’assalto di Boko Haram a una chiesa.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’aggressore avrebbe insultato la giovane Chinyery chiamandola “scimmia”, provocando quindi la reazione di Emmanuel Chidi Namdi, pronto a difendere la compagna da quegli insulti razzisti. Ne è nata una colluttazione di cui non è stata ancora chiarita la dinamica, ma quello che è certo è che Namdi ha avuto la peggio ed è stato colpito più volte alla testa con un palo della segnaletica divelto.

Aggredita anche la sua compagna, ferita alle braccia e alle gambe e giudicata guaribile e dimessa dal pronto soccorso con una prognosi di 7 giorni. Emmanuel Chidi Namdi, invece, non ce l’ha fatta: dopo diverse ore di coma è spirato oggi pomeriggio in ospedale.

L’aggressore è stato subito identificato e denunciato a piede libero, almeno fino a oggi pomeriggio. Con la morte del 36enne si aggraverà anche la posizione dell'ultrà, che sarà ora arrestato con l'accusa di omicidio e condotto in carcere in attesa del processo. Ancora al vaglio, invece, la posizione del giovane che si trovava insieme all’aggressore, che si sarebbe limitato ad osservare la scena senza intervenire.

Don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, ha prontamente condannato l’accaduto:

C'è stata una provocazione gratuita a freddo da parte di un gruppo di persone che fanno parte della tifoseria locale. E io credo che sia lo stesso giro delle bombe. La mia è solo una supposizione? Basta aspettare. Ma di solito quando faccio supposizioni non fantastico... Mi viene il sospetto che tutti sanno e nessuno sa. È quell'io non c'ero, se c'ero non ho visto, se ho visto non ho sentito. Ma la nostra popolazione è sempre stata solidale e questi nostri ragazzi, che accogliamo con consapevolezza, non hanno mai dato fastidio a nessuno.

Anche il sindaco di Fermo, Paolo Calcinaro, ha commentato il tragico episodio:

La comunità di Fermo è conosciuta come esempio virtuoso di integrazione e accoglienza anche rispetto a chi rifugge da drammi inenarrabili. Non merita di essere bollata per quanto emergerà da questo episodio, ma deve invece rivendicare con forza lo spirito che ha sempre contraddistinto la sua realtà, le etnie straniere, i nuovi cittadini italiani ed i figli di tutti loro, che stanno crescendo insieme, senza discriminazione.

Le indagini sono ancora in corso, ma don Vinicio Albanesi ha già annunciato che, nella veste di Presidente della Fondazione Caritas, chiederà di potersi costituire parte civile nel processo all’aggressore.

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