Reggio Calabria, errori in sala parto: intercettazioni agghiaccianti. Il Gip: “Strategia concordata”

Il caso dei medici e operatori sanitari degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria che facevano il bello e il cattivo tempo nei reparti di neonatologia, ginecologia e anestesia diventa sempre più agghiacciante a causa dei particolari che emergono dalle intercettazioni che sono riportate da Il Dispaccio e di cui sconsigliamo la lettura a chi è facilmente impressionabile.

Tra di loro, infatti, i medici parlavano con spensieratezza dei danni che causavano alle pazienti. L’episodio più eclatante è quello di Alessandro Tripodi che decideva di far abortire la sorella perché sospettava una patologia cromosomica del feto (che sarebbe stato suo nipote) e parlando con Filippo Luigi Saccà ne dicevano di tutti i colori e parlavano apertamente di un “piano” che stava prendendo forma (per far abortire la donna senza la volontà né sua né del marito).

Il giudice per le indagini preliminari, leggendo le intercettazioni, ha parlato di una “strategia concordata tra i due medici, nonostante la ferma volontà di portare avanti la gravidanza, espressa dalla donna e dal marito, di somministrare a loro insaputa ed in un momento in cui il coniuge della donna era distratto, un farmaco abortivo (il cervidil) per stimolare la contrazioni della gestanze ed indurre l'interruzione di gravidanza”

Sempre Tripodi, con Daniela Manuzio, un’altra delle persone arrestate, parlava di una paziente alla quale avevano “sfondato” l’organo riproduttivo e, dicendo che aveva “la vescica aperta” rideva e rideva anche quando parlava con Francesca Stiriti di un’altra paziente che stava rischiando di morire e alla quale era stata fatta un’isterectomia e a chi operava era rimasto l’utero nelle mani.

Discorsi raccapriccianti, insomma, fatti con una tale leggerezza da scatenare l’indignazione di chiunque, anche in un mattatoio.

Medico

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