Guinea Equatoriale, condannati Fabio e Filippo Galassi

I due italiani, padre e figlio, dovranno scontare una lunga pena in un carcere africano: mobilitata la Farnesina

Fabio e Filippo Galassi, i due cittadini italiani (padre e figlio) incarcerati dal 21 marzo 2015 a Bata, in Guinea Equatoriale, sono stati condannati rispettivamente a 33 e 21 anni di reclusione con l'accusa di essersi appropriati indebitamente di fondi e beni di proprietà della società General Work, presso la quale erano entrambi impiegati.

La sentenza è stata letta ieri al Tribunale di Bata ed è decisamente superiore alle aspettative anche della stessa procura africana, che aveva chiesto rispettivamente 15 anni per Fabio e 10 per il figlio Filippo: i due erano stati fermati all'alba del 21 marzo 2015 dalla Polizia, che si era mobilitata dietro una segnalazione a carico dei due, accusati all'epoca di tentare di esportare capitali all'estero all'interno di alcune valigie. In seguito alla perquisizione non era stato trovato nulla di compromettente, ma i due Galassi erano oramai già in stato di arresto. Successivamente altri italiani, Fausto e Daniel Candio (anch'essi dipendenti di General Work, con altre mansioni) erano stati indebitamente coinvolti nella vicenda, riuscendo ad essere rimpatriati lo scorso ottobre: a loro carico infatti non era stata nemmeno formulata un'accusa.

General Works ha due principali soci di riferimento: la friulana Anna Maria Moro e il Presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Nel 2008 l’allora proprietario dell’impresa, Igor Celotti (marito della signora Moro) morì in un incidente aereo nel Paese africano, un incidente piuttosto misterioso in seguito al quale il corpo di Celotti fu ritrovato carbonizzato mentre il pilota ne uscì illeso. Del caso Galassi Crimeblog si è occupato diverse volte, sia quando Fabio Galassi è stato ingannato dai media guineani, che in un'intervista a sorpresa lo mostravano come se avesse tentato di violare i sigilli apposti dalla magistratura alla sua abitazione (la vicenda è raccontata qui), sia quando al rientro di Daniel e Fausto Candio si è tenuta una fiaccolata presso la Città del Vaticano, a Roma.

Il governo italiano, che segue la vicenda con gli uffici competenti del Ministero degli Esteri e dell'ambasciata italiana in Camerun, ha già inviato una formale richiesta al governo della Guinea Equatoriale chiedendo spiegazioni sull'esito del processo, decisamente inaspettato per tutti: in Guinea Equatoriale infatti è difficile vedere condannati a tali pene persino chi si macchia di reati penali di sangue come l'omicidio.

Negli ultimi giorni il vicepresidente Teodoro Nguema Obiang e sua madre, la first lady Constancia Mangue de Obiang, sono stati oggetto di fermo da parte dell'Interpol, lui sull'isola di Curaçao e lei in Svizzera, accusati di riciclaggio e appropriazione indebita di capitali, e sono rientrati in Guinea Equatoriale proprio il giorno prima del pronunciamento del Tribunale di Bata. Il paese, che vive sotto una repressiva e soffocante dittatura dal 1979, è nella totale disponibilità degli Obiang, che amministrano la cosa pubblica con un sistema cleptocratico e corrotto.

Sono molti gli imprenditori e i cittadini stranieri incappati, spesso ingiustamente, nelle maglie delle giustizia nguemista: dall'italiano Roberto Berardi, liberato a luglio dopo due anni e mezzo di inferno nello stesso carcere in cui si trovano i Galassi, a Daniel Jansen van Rensburg, imprenditore sudafricano scarcerato ad ottobre. L'ex proprietario di General Work inoltre, l'italiano Igor Celotti, è morto in Guinea in un misterioso incidente aereo con il suo Cessna: lui rimase carbonizzato mentre il pilota ne uscì illeso.

A fine gennaio il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova aveva assicurato il massimo impegno del governo italiano rispondendo ad un'interrogazione parlamentare presentata da un deputato democratico e la doccia fredda di questa condanna, altissima per gli stessi standard della Guinea Equatoriale, certamente persuaderà la nostra diplomazia ad agire con più polso nei confronti degli omologhi africani.

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