Processo ai dittatori africani, negata l'immunità a Teodoro Nguema

Il rampollo della Guinea Equatoriale, a processo in Francia per riciclaggio, si era appellato all'immunità diplomatica

Teodorin Nguema Obiang Mangue, rampollo della famiglia Obiang che governa da oltre trent'anni la Guinea Equatoriale, si è visto sbattere nuovamente la porta in faccia dalla giustizia francese: la Corte Suprema di Parigi infatti ha respinto la richiesta dei suoi legali di cancellare la sua requisitoria nell'ambito del processo parigino Bien Mal Aquis e che riguarda una serie di scandali multimilionari di corruzione e riciclaggio internazionale i cui protagonisti sono alcuni capi di stato e vicecapi di stato africani.

Il figlio del dittatore, secondo vice-presidente del suo Paese ed ex-socio dell'imprenditore italiano Roberto Berardi (truffato da Nguema), è a processo per aver costituito alcune società in Francia utilizzando i proventi di corruzione e dell'appropriazione indebita di fondi pubblici della Guinea Equatoriale, società nella quale fece confluire decine di milioni di euro ed alla quale intestò persino l'immobile ufficialmente utilizzato dalla rappresentanza diplomatica della Guinea Equatoriale a Parigi, oltre che una serie di beni mobili (auto di lusso, barche, aerei, quadri, etc) già sequestrati dagli inquirenti francesi.

La sua richiesta di annullamento della requisitoria (che avrebbe significato l'annullamento dell'intero processo a suo carico) è stata avanzata sulla base proprio della sua posizione di potere nel paese sin dal 2012 come secondo vice-presidente, una carica creata ad hoc dal padre e considerata illegittima da molti giuristi guineani. Tuttavia, spiega la Corte Suprema francese, i fatti contestati sono antecedenti a quella posizione, quando Nguema era ministro delle Foreste, e che comunque il procedimento a suo carico riguarda "esclusivamente la sua vita privata in Francia", totalmente avulsa dalle sue funzioni di vice capo di stato.

Inoltre la Corte ha respinto la richiesta dei legali di Nguema al fine di respingere la costituzione di parte civile della Ong Trasparency International, richiesta avanzata dal legale dell'associazione William Bourdon, presidente anche dell'associazione anti corruzione francese Sherpa:

"Oggi non c'è più spazio per lui per evitare il processo, la strada è aperta"

ha commentato alla Reuters Bourdon mentre i legali di Nguema hanno rifiutato ogni commento con la stampa. La vicenda è interessante perchè apre uno spiraglio anche per l'imprenditore italiano Roberto Berardi, che da Nguema è stato truffato e derubato di ogni bene, sbattuto in cella per due anni e mezzo e qui torturato dopo aver fornito alla giustizia americana, con la quale lo stesso Nguema ha patteggiato una condanna per corruzione e riciclaggio (300 milioni di dollari di movimentato e 3 milioni di risarcimento), tutti gli elementi che dimostravano la metodologia adottata dal vice-presidente della Guinea Equatoriale per esportare capitali guadagnati illecitamente all'estero e mantenere così la sua sontuosa vita privata.

Berardi, che da quando è rientrato dopo la terribile esperienza carceraria africana ha incontrato solo la sordità della giustizia italiana, si è anch'egli costituito parte civile in Francia nel processo a carico di Nguema: due denunce alla procura di Roma depositate durante la detenzione ed altrettante alla procura di Latina, atti che sin qui non hanno prodotto nulla:

"La decisione della Corte francese dimostra inequivocabilmente la caratura di quella persona, descrivendola come un delinquente internazionale che deve pagare per il male che fa ogni giorno all'economia, alle persone del suo Paese e agli imprenditori che nel suo paese investono [...] Confido ancora nel lavoro dei magistrati italiani, spero che mi permetta di ottenere giustizia qui dove ho le mie radici."

ha dichiarato Roberto Berardi a Blogo.

Foto - Teo Nguema su Facebook

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