Manolo Pieroni, detenuto in Colombia: "Italia, riportami a casa: devo stare vicino la mia famiglia"

Detenuto dal luglio 2011, Manolo Pieroni chiede di poter tornare dalla famiglia: prigioniero della burocrazia?

Era l'8 luglio del 2011 quando all'aeroporto colombiano di Cali il 30enne lucchese Manolo Pieroni, che viveva da qualche mese in Colombia cercando di avviare un ristorante italiano, veniva bloccato mentre si accingeva ad entrare nell'aereo che lo avrebbe condotto prima a Madrid e poi a Pisa.

Pieroni anticipava il rientro di qualche settimana a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute del padre; durante il controllo del suo bagaglio il giovane lucchese sostiene di riconoscere il suo borsone ma non il lucchetto che ne chiude la cerniera. Una volta forzato, gettati alla rinfusa tra i suoi vestiti, i poliziotti rinvengono 7kg di cocaina avvolti nel cellophane, una quantità che basta per essere giudicati dalla legge speciale contro il narcotraffico, in Colombia.

All'arresto sente il mondo cedere sotto i suoi piedi. Da subito si professa innocente ma dopo due anni di calvario giudiziario durante i quali se la deve cavare da solo viene condannato a 21 anni e 4 mesi per traffico internazionale, produzione e commercio di sostanze stupefacenti (un reato unico in Colombia). A causa dei continui spostamenti da un carcere all'altro, da Villa Las Palmas dove è attualmente detenuto all'infernale carcere di Buga, sconsiglia lui stesso ai familiari di fargli visita perchè non saprebbe dove indirizzarli, mentre l'ambasciata italiana di Bogotà non risponde mai alle sue richieste di assistenza: alla condanna il mondo gli crolla addosso per la seconda volta.

In carcere Manolo scopre una realtà parallela. Attualmente si trova detenuto nel penitenziario di Villa Las Palmas, vicino Cali, una struttura dove l'ordine e le regole non sono imposte dalle autorità ma da una vera e propria "cupola" che controlla i traffici ed ogni aspetto della vita delle persone detenute in quel carcere. Qui scopre che quel giorno all'aeroporto avrebbe fatto da "mula involontaria": secondo quanto gli viene raccontato da altri detenuti, capita che gruppi di narcotrafficanti aprano le valigie di ignari passeggeri poco prima di essere imbarcate sul volo, le riempiono di droga e fanno la soffiata ai doganieri. Una vera e propria "mossa Kansas City", utile a distrarre i controlli per poter far passare carichi di droga più consistenti. Sono centinaia i cittadini stranieri che ogni anno sono vittime di questo sistema, anche se Pieroni non è mai stato in grado di dimostrarlo in Tribunale. Secondo quanto denunciato dallo stesso Pieroni però il suo processo sarebbe stato viziato da discriminazioni e superficialità, oltre che da un'assistenza legale che a suo dire lo ha letteralmente "frodato", anche in termini economici.
L'appello presentato dopo la condanna ha confermato la sentenza.

Noi di Blogo siamo riusciti a metterci in contatto con Manolo Pieroni, che il 10 ottobre scorso è riuscito ad inviare in Italia alcune immagini girate all'interno della sezione del carcere in cui vive da 4 anni. Ecco la sua testimonianza esclusiva.

Come è la sua vita da quattro anni a questa parte?

"Durante il processo è stata durissima perchè mi trasferivano in continuazione e senza preavviso da qui al carcere di Buga per le udienze: quello era veramente un posto con condizioni deplorevoli. Ci chiudevano dentro le celle alle 4 del pomeriggio e restavamo dentro fino alle 5 della mattina: non c'erano bagni, non c'era niente, eravamo obbligati a fare i bisogni nei sacchetti e nelle bottiglie, una cosa indecente. Eravamo in 10 in una cella da 5, uno sopra l'altro. [...] Qui dove sono ora è un pochino più decente ma all'inizio pensavo che fosse la fine della mia vita."

Come si vive nel carcere di Villa Las Palmas?

"Nel 'patio' dove vivo c'è spazio per circa 70 posti letto ma ci viviamo in 115, 120 persone. In totale in tutto il carcere siamo circa 2500 in una struttura pensata per 1000 persone: per questo motivo è passato molto tempo prima che trovassi un posto letto, fino a poco fa dormivo su un materasso in terra. Ora grazie a Dio posso dire che va un pochino meglio. [...] Non c'è luce naturale e molti detenuti accusano sensibili cali di vista e di udito, perchè siamo costretti a tenere accesi tutto il giorno e tutta la notte i motori per la ventilazione, che fanno un rumore infernale. Anche io vedo e sento peggio di quando sono entrato qui. [...] C'è un'unico spazio aperto, un piccolo cortile di 5 metri per 7, ma è ininfluente. [...] Sai quante persone ho visto che si sono impiccate qui dentro?"

Come sono i rapporti con gli altri detenuti?

"Tra noi stranieri diciamo più o meno bene. In realtà qui c'è una cupola che ha il potere, non sono le guardie a comandare qui dentro ma una vera e propria organizzazione: vende posti letto, vende la droga, vende le armi, fa estorsioni, ruberie...qui si dorme con un occhio aperto e bisogna non aver mai paura, sennò si approfittano immediatamente del più debole. Io cerco di tenermi il più alla larga possibile dai problemi ma ci sono stati dei momenti, tempo indietro, dove ho dovuto far capire che so difendermi anche io sennò qui ti mettono i piedi in testa ogni minuto; e poi non mi piacciono le prepotenze, non mi piace che qualcuno si approfitti della gente indifesa e allora prendo sempre le difese di queste persone, sopratutto degli stranieri perchè siamo i più discriminati."

Di stranieri ce n'è di tutte le nazionalità: spagnoli e portoghesi, altri due italiani, un cittadino ceco, un lituano e poi tanti sudamericani di vari Paesi, dall'Honduras al Guatemala. E invece con le guardie come sono i rapporti?

"Se hai i soldi ti portano qualsiasi cosa. E quando dico "qualsiasi" intendo veramente "qualsiasi" cosa. Ma non c'è mai da fidarsi. Nei primi tempi erano più irruenti e arroganti, ora cercano più il lato economico che non la violenza, quando c'è qualcosa che non va qui dentro bisogna sempre trarne il maggior beneficio possibile."

Ha mai subito violenze di qualche tipo?

"Ho subito due aggressioni: una nell'altro carcere quando mi hanno aggredito con un coltello, ho ancora le cicatrici sulla spalla destra. L'altra qui, ma si è risolta in una scazzottata, niente di che. [...] I motivi per cui avvengono queste cose sono sempre gli stessi: tentativi di estorsione o di furto o futili motivi. Quando si arriva al limite ci si ribella, non si può sempre subire."

E le condizioni igieniche come sono?

"Sono disastrose: qui quello che possiamo fare lo facciamo noi detenuti. Mettiamo assieme dei soldi e compriamo tutto ciò che serve per le pulizie all'interno del patio, qui l'amministrazione non si occupa assolutamente di niente. Se ci sono guasti o danni dobbiamo pensarci noi. [...] L'assistenza medica è anche peggio: in teoria dovrebbero essere visitate 10 persone a settimana ma sono sempre meno, 5-6...per qualunque cosa il rimedio è sempre l'aspirina e non esistono urgenze: ho visto gente piangere chiedendo di andare in infermeria mentre le guardie rispondevano che non era possibile e che il medico non c'era. [...] Io per fortuna ho sempre goduto di buona salute."

Come funzionano i pasti?

"La mattina alle 6 abbiamo la colazione, alle 11 c'è il pranzo ed alle 2 e mezza del pomeriggio la cena. E se non si hanno derrate alimentari da parte fino al mattino dopo non si mangia più niente."

Com'è stata l'assistenza da parte delle autorità italiane?

"Da quando sono qui l'ambasciata l'ho vista la prima volta dopo due anni e non è che non li avessi mai sollecitati. [...] Vennero dopo un'interrogazione parlamentare presentata allora da Achille Totaro che smosse un po' le acque. [...] Noi italiani qui dentro abbiamo anche chiesto loro se ci aiutavano, più che altro sotto il profilo alimentare: abbiamo dovuto far lotte, documenti scritti, minacciare denunce...alla fine ci hanno riconosciuto un aiuto alimentare ogni tre mesi ma ci arriva qualcosa una, due volte l'anno. [...] Grazie a Dio c'è un prete italiano, padre Angelo, che da qualche tempo ci fa da intermediario con l'Ambasciata: lui è veramente una persona squisita che devo ringraziare tanto. E' solo grazie a lui che possiamo comunicare con l'Ambasciata, è lui che porta le nostre ragioni da loro per farci dare ascolto: viene ogni tanto a farci visita, ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa, ci dà forza e sostegno come può. E' una persona da ammirare, se non fosse per lui saremmo abbandonati qua."

In carcere Pieroni cerca lentamente di organizzarsi, riceve quando possibile le visite della sua compagna Solange Del Carlo, che va in Colombia più volte l'anno e che qui in Italia da 4 anni fa una battaglia campale per far conoscere la vicenda del suo promesso sposo. Una donna, anche in questo caso, che dimostra una forza fuori dal comune ed una determinazione più unica che rara battendosi come una leonessa, sin qui contro i mulini a vento, e non dandosi mai per vinta. Dal giorno della sentenza Pieroni intraprende allora una strada diversa per cercare di rivedere la luce: chiedere il rimpatrio.

"L'importante ora è tornare in Italia poi là vedrò come fare: devo stare vicino alla mia famiglia, loro hanno bisogno di me in questo momento" spiega Pieroni a Blogo. Le difficoltà della sua famiglia, economiche e sanitarie, sono infatti notevoli: il padre invalido al 100% e la madre anziana, la sorella Debora che combatte indomita nonostante la diagnosi di un male incurabile. E poi c'è Solange, la sua compagna di vita e di sofferenza: ogni volta la nomina Pieroni cambia tono di voce, che trema d'amore e dolore: "Lei è la mia anima, il mio respiro. Si è annullata per me in questi anni, è una persona eccezionale. Non so come avrei fatto senza di lei, senza il suo amore, e senza il sostegno della mia famiglia, sarei stato abbandonato qui e dimenticato da tutti. [...] Devo tornare per loro, hanno bisogno di me.".

Pieroni intraprende da tempo una lunga corrispondenza con il Ministero della Giustizia di Bogotà e persino con il Presidente della Repubblica Juan Manuel Santos. L'obiettivo è ottenere un rimpatrio per ragioni umanitarie a causa dei problemi di salute dei familiari; la Commissione ministeriale colombiana preposta a valutare il suo caso risponde lo scorso 19 febbraio comunicando la propria disponibilità a valutare con le autorità italiane un rimpatrio per ragioni umanitarie dipendenti dallo stato di salute del padre Giuseppe Pieroni. Il Ministero colombiano ha inoltre informato Manolo Pieroni che avrebbe contattato le autorità italiane competenti (il Ministero della Giustizia a Roma) per formalizzare definitivamente il rimpatrio.

Le autorità italiane rispondono ai colombiani con una nota verbale emessa dall'Ambasciata italiana di Bogotà lo scorso 21 maggio 2015, recante la decisione del Ministero di Giustizia: le autorità italiane sostengono che "non esiste un accordo bilaterale tra Italia e Colombia in materia di trasferimento dei detenuti che permetta il rimpatrio del cittadino italiano" e rincara la dose il 17 giugno, con una email nella quale si spiega che in materia la Convenzione di Strasburgo sul trasferimento di persone condannate del 1983 è inutile (la Colombia non ne fa parte). Occorrono "altre basi legali per il trasferimento per ragioni umanitarie del signor Pieroni, già approvato dal vostro Comitato". Manolo Pieroni si troverebbe quindi incastrato in una trappola burocratica.

Le autorità italiane manifestano sì l'intenzione di procedere con una trattativa sugli accordi bilaterali pendenti in materia di estradizione, cooperazione giuridica e trasferimento dei detenuti, ma la sostanza è che dopo quattro anni di detenzione Pieroni resta in carcere a Palmira. "All'Ambasciata italiana di Bogotà sto chiedendo da due mesi questo documento del nostro ministero di Giustizia, per studiarlo e capire come muovermi, ma mi hanno detto che devo chiederlo direttamente al ministero a Roma perchè loro non possono inviarmi questo documento. Il Ministero della Giustizia non mi ha mai risposto però: oramai ho scritto a tutto il mondo, mi manca solo il Papa."

La voce di Pieroni è concitata, la conversazione si interrompe più volte perchè le autorità colombiane hanno installato delle apparecchiature che annullano il segnale per impedire ai detenuti di mettersi in contatto con l'esterno: "Il mio stesso Paese, che dovrebbe tutelare i miei diritti e che firma trattati internazionali in Europa per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, mi nega un rimpatrio per ragioni umanitarie motivando con problemi burocratici...ma non è un controsenso?"

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