Corruzione, nuovi guai per Nguema: il vicepresidente della Guinea Equatoriale indagato in USA

Il vicecapo di Stato avrebbe riciclato negli Usa 7,2 milioni di dollari: la Banca Federale del Medio Oriente "condannata a morte" dal Tesoro americano

Nuovi guai per il vicepresidente della Guinea Equatoriale Teodoro Nguema Obiang Mbasogo detto Teodorin "il Principe": il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha recentemente indagato (di nuovo) il vice capo di Stato africano per riciclaggio, accusandolo di aver trasferito 7,2 milioni di dollari dalla Banca Federale del Medio Oriente (FBME) ad una società di comodo britannica.

Nguema non è nuovo a questo tipo di attività illecite: vicepresidente della più crudele e corrotta cleptocrazia africana, con il padre al potere incontrastato dal 1979, a capo di un Paese che galleggia letteralmente sul petrolio e che vanta un reddito pro-capite di oltre 30mila dollari l'anno, Teodorin Nguema ha già patteggiato con la giustizia americana (nell'ottobre 2014) il pagamento di 30 milioni di dollari di risarcimento a fronte di un movimentato di oltre 300 milioni proventi di corruzione e frodi varie perpetrate da Nguema nel suo paese.

I proventi di tali attività illecite sono stati riciclati da Nguema negli Stati Uniti grazie a società di comodo, in particolare tramite due società di compravendita immobiliare con sede negli USA e direttamente riconducibili allo stesso Nguema, fondi utilizzati per finanziare la sua sontuosa vita privata: una villa da 8 milioni di dollari a Malibu, una collezione di auto di lusso (di cui in testa al post vi proponiamo una piccola gallery in esclusiva mondiale), un aereo privato Gulfstream Jet e una collezione di oggettistica e memorabilia appartenuti a Michael Jackson, oggi in un museo in Guinea Equatoriale, artista del quale "il Principe" è fan sfegatato.

Secondo la giustizia americana Nguema avrebbe utilizzato la Banca Federale del Medio Oriente, nella sua sede in Tanzania, per trasferimenti illeciti di denaro (operazioni tutte antecedenti il 2012) utilizzando il sistema bancario americano e trasferendo denaro a società scudo britanniche a lui riconducibili. La gran parte delle operazioni della FBME avvengono in dollari americani e così il Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN), un dipartimento del Tesoro americano, ha messo sotto indagine la banca.

A rischio c'era l'intera sopravvivenza della banca, perchè FinCEN ne aveva chiesto l'esclusione totale dal sistema finanziario americano entro il 28 agosto: FBME ha presentato un ricorso, vinto in extremis, e potrà continuare le sue attività in dollari. Stando alle accuse del Tesoro e della Giustizia americani la banca (con sede in Tanzania e a Cipro) è specializzata nell'offerta di servizi bancari a clienti considerati criminali internazionali.

Secondo il Patriot Act infatti la FinCEN ha la facoltà di decretare la "condanna a morte" (l'esclusione dal sistema finanziario in dollari) delle banche sospettate di operazioni di riciclaggio: nel luglio dello scorso anno il dipartimento del Tesoro USA ha accusato la FBME di offrire i suoi servigi a noti criminali internazionali, permettendo loro il trasferimento di ingenti somme a società di comodo per finanziare il terrorismo internazionale o il crimine organizzato, eludere controlli fiscali e movimentare in tutta tranquillità i proventi di attività illecite come la corruzione o la frode societaria. Un giudice distrettuale americano ha bloccato la "condanna a morte" decretata da FinCEN a danno della banca africano-cipriota, ma solo per un vizio di notifica e non entrando nel merito delle presunte attività illecite di FBME.

A carico di Teodorin Nguema esiste già un processo in Francia, il suo nome compare infatti negli imputati del processo Bien Mal Acquis, e in Spagna, alle Canarie: la riapertura di un canale giudiziario negli Stati Uniti, sia con il patteggiamento di ottobre scorso (mai saldato da Nguema) che con queste nuove accuse di riciclaggio internazionale da 7,2 milioni di dollari, potrebbe riaprire anche un'altra annosa questione di non poco conto. Riguarda la vicenda dell'imprenditore italiano Roberto Berardi, incarcerato ingiustamente per due anni e mezzo in Guinea Equatoriale proprio per ordine di Nguema (suo socio in una società edile) e privato di ogni bene: la "colpa" di Berardi è stata scoprire e denunciare al mondo il sistema di riciclaggio e corruzione del suo socio, che per ripicca lo ha incarcerato, derubato e torturato.

Berardi, imprenditore di successo in Africa, è rientrato in Italia a metà luglio spogliato di ogni bene: la sua speranza, ha spiegato lui stesso a Crimeblog (che ne ha seguito l'intera vicenda), è di poter "recuperare ciò che mi è stato tolto con la violenza e l'inganno" dal sistema economico criminale messo in piedi dal suo socio e dalla famiglia Obiang, che governa con pugno duro il piccolo Paese da oltre 30 anni. In tal senso un nuovo procedimento americano, che riconosca l'imprenditore italiano come vittima di questo personaggio, rappresenta per Berardi una luce molto importante per poter ottenere finalmente giustizia.

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