Fiano Romano, arrestati tre truffatori che si spacciavano per dipendenti comunali

veduta di fiano romanoGli scrittori sanno che anche le storie più ben congegnate, con i personaggi meglio caratterizzati, i dialoghi più brillanti, se non hanno un finale ben studiato non sono proponibili. Ecco, facciamo finta che questo sia il soggetto per un romanzo.

Abbiamo una bella ambientazione. Fiano Romano, un caratteristico comune di 10000 anime nella campagna romana, al confine con l’Umbria. Non troppo sfruttato, begli scorci, la dimensione da paesotto tipico di molte commedie.

Abbiamo un bel trio di protagonisti. Bello perché eterogeneo e ben caratterizzato. C’è un 59enne della provincia di Bari, chiamiamolo Sergio, con un negozio di informatica a Roma e una vita che gli va stretta rispetto alle ambizioni che coltiva. Probabilmente ha anche una moglie che gli rompe le scatole dalla mattina alla sera perché i soldi non bastano mai. È lui la mente. C’è poi un autotrasportatore di Tivoli di 47 anni, un classico Romeo andrà più che bene. È un uomo un po’ rozzo, semplice, superficiale, se c’è da raggranellare qualcosa non si tira certo indietro. C’è infine un ragazzo romeno, di 21 anni, diciamo che si chiama Constantin. Qui in Italia fa l’operaio, sa cosa sono fatica e miseria, e quando i due più grandi, magari frequentano lo stesso bar, lo tirano dentro il piano, vinte le prime resistenze si lascia coinvolgere e prende parte.

Abbiamo poi una bella trovata, una truffa all’italiana, ricca di creatività, veramente simpatica, che si presta a una marea di gag. Sergio prepara col computer timbri e certificati vari falsi, e manda richieste con questi materiali a nome del comune di Fiano Romano a negozi di informatica ed elettrodomestici per portatili, tv al plasma e altri oggetti hi-tech. Romeo è il contatto telefonico, che prende appuntamento con i trasportatori dei negozi per lasciare la merce presso un magazzino in pieno centro di Fiano, dove si fa trovare con Constantin, che fa la parte del ragazzo di fatica per il comune. Lasciano documenti coi timbri comunali, poi si rendono irreperibili al cellulare e non pagano.

A questo punto però manca il finale. Perché uno scrittore che si rispetti li ha fatti tanto furbi fino ad ora, non è che ora può fargli fare lo stesso colpo nove volte, sempre con le stesse modalità, usando gli stessi numeri e usando lo stesso magazzino. Sa che non è un finale credibile. Come lo giustificherebbe? A questo punto, se trovasse una giustificazione, dovrebbe comunque far finire il libro con i tre inevitabilmente arrestati e condotti in carcere, perché altrimenti si finirebbe nel teatro dell’assurdo. Ma il lettore si era affezionato a loro, non sarebbe contento, chiuderebbe il libro con rabbia e non lo consiglierebbe a nessuno.
Questo fa capire perché così raramente gli scrittori fanno truffe: un buon finale è dannatamente difficile da trovare.

Via | Il Tempo

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