Amnistia in Guinea Equatoriale: Roberto Berardi resta chiuso in cella

Le celebrazioni del compleanno del dittatore Obiang e l'amnistia per metà della popolazione carceraria: per la terza volta Berardi resta chiuso in cella

Ieri, 5 giugno, il dittatore della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha compiuto 73 anni e il piccolo Paese africano si è vestito a festa, come ogni anno, per celebrare l'importante ricorrenza: da quelle parti infatti più importante della Pasqua e del Natale (festività che citiamo appositamente, visto che la Guinea Equatoriale è un paese cattolico) è l'anniversario del "Jefe de Estado".

Ieri, come ogni 5 giugno che si rispetti in Guinea Equatoriale, un'amnistia è stata motivo di gioia per i (tanti) detenuti delle infernali carceri del Paese: mentre infatti si svuotavano le celle di Bata Central, rumorosamente e con grida di festa per l'atteso gesto di "clemenza", questa Roberto Berardi poteva solamente sognarla, solo sentirla attraverso la porta di metallo della cella in cui è detenuto. Per il connazionale rinchiuso ingiustamente da oltre due anni e quattro mesi infatti l'amnistia è un miraggio, nemmeno più una speranza: per la terza volta da ottobre 2014 il decreto presidenziale di clemenza non lo riguarda.

Un fatto, questo, che rappresenta l'ennesima crudeltà dei carcerieri di Roberto Berardi, costretto ad ascoltare la gioia altrui reprimendo rabbia, speranze, sogni, continuamente colpito nella sua stoica resistenza al dramma che vive da oltre due anni.

"Abbiamo fatto del nostro meglio per realizzare lo sviluppo del Paese. Dobbiamo rispettare questo processo di sviluppo perchè questo non è stato raggiunto grazie alla cooperazione internazionale ma unicamente grazie alla volontà degli equatoguineani" ha dichiarato il 4 giugno scorso lo stesso Teodoro Obiang Nguema Mbasogo durante l'inaugurazione del nuovo Ministero delle Opere Pubbliche e delle Infrastrutture, omettendo che il modello di sviluppo del Paese si basa quasi esclusivamente su metodologie cleptocratiche e criminali.

NIGERIA-POLITICS-BUHARI

Non per niente il figlio del Presidente, il vicepresidente (ed ex-titolare di tanti ministero, tra cui quello delle Foreste, dell'Energia e della Difesa) Teodorin Obiang Nguema Mangue, risulta rincorso da un mandato di cattura internazionale spiccato dalla magistratura francese per corruzione e riciclaggio, dopo aver patteggiato a novembre il pagamento di 30 milioni di dollari per le medesime accuse rivoltegli contro dalla giustizia statunitense. In quell'occasione la procura distrettuale di Malibù in California dimostrò come centinaia di migliaia di euro provenienti dalla società Eloba Construcion SA, i cui soci erano lo stesso vicepresidente e l'imprenditore italiano, fossero stati fraudolentemente bonificati in conti correnti americani riferibili direttamente a Nguema Obiang ed utilizzati per i suoi capricci. A Parigi invece le autorità transalpine trovarono 6 milioni di dollari americani sparsi per l'ambasciata della Guinea Equatoriale, in realtà una delle residenze europee del rampollo Obiang.

Uno "sviluppo" che non tiene in alcun modo in considerazione il rispetto dei diritti umani, sia dei cittadini equatoguineani che di chiunque altro: l'abuso di carcerazione commesso a danno proprio di Roberto Berardi, che ha visto prolungarsi senza motivo la detenzione in attesa che il prossimo 7 luglio la giustizia nguemista trovi un nuovo pretesto per continuare a tenerlo in cella, nè è solo la cartina tornasole, all'interno di un Paese con enormi difficoltà anche per quanto riguarda la libertà di stampa e di accesso alla rete. Cose non da poco, visto che la famiglia Berardi fatica ad avere notizie verificate sullo stato giudiziario del Paese, oltre che sulla salute e l'incolumità del congiunto: notizie che nemmeno la Farnesina sembra essere in grado di dare, dato il silenzio assordante della diplomazia italiana dal giorno della mancata liberazione, lo scorso 19 maggio.

I guai giudiziari internazionali della famiglia Obiang, uniti alla flessione del prezzo del petrolio (principale prodotto esportato dal piccolo paese africano, alla faccia della bellissima e succosissima frutta presentata ai padiglioni di ExPo2015 a Milano), non sembrano interessare la nostra diplomazia ma hanno persuaso la dittatura nguemista a cercare nuovi investitori a discapito di chi già lavora nel Paese: i recenti accordi con la Cina hanno indotto lo Stato africano a revocare gli appalti a tutte le ditte straniere presenti nel paese, ridistribuendoli a nuovi clienti cinesi dall'offerta considerevolmente più vantaggiosa.

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