Fbi, scoppia lo scandalo dei processi viziati

Per due decenni gli investigatori dell’FBI hanno viziato l’esito dei processi con prove fasulle o esagerazioni

US CRIME SHOOTING

FBI e Dipartimento di Giustizia hanno ammesso formalmente che, nei due decenni precedenti il 2000, gli investigatori delle unità d’élite forense dell’FBI hanno fornito testimonianze errate in quasi tutti i processi contro criminali. La notizia riportata dal Washington Post potrebbe essere un vero e proprio terremoto per il sistema giudiziario statunitense.

Secondo quanto riferito dalla National Association of Criminal Defense Lawyers (NACDL) e da Innocence Project, i risultati degli esami effettuati dal Laboratorio del Fbi sui capelli degli imputati, sarebbero stati alterati o esagerati per favorire i pubblici ministeri in oltre il 95% delle 268 prove finora studiate.

I casi in questione, come ricordato dal Washington Post, riguardano 32 imputati condannati a morte, 14 dei quali o sono già morti in carcere o sono già stati giustiziati. Le ammissioni del Dipartimento di Giustizia e dell’FBI rappresentano uno spartiacque in uno dei più grandi scandali legali del Paese: per due decenni i verdetti dei tribunali sono stati alterati da informazioni fasulle date in pasto alle giurie. La questione ora è la seguente: come autorità statali e tribunali risponderanno ai risultati che hanno confermato, con tanto di cifre, quanto si sospettava da tempo e cioè che le prove scientifiche hanno contribuito a condanne errate in più di un quarto dei processi risolti con il DNA a partire dal 1989.

L’utilizzo per tre decadi, da parte dell’FBI, dell’analisi al microscopio dei capelli per incriminare gli imputati è stata un disastro,

ha dichiarato Peter Neufeld, co-fondatore di Innocence Project.

Questi risultati sono una spevantosa e agghiacciante accusa al nostro sistema di giustizia penale, non solo per gli imputati potenzialmente innocenti ingiustamente incarcerati e persino giustiziati, ma per i pubblici ministeri che hanno fatto affidamento su prove artefatte e false, nonostante la loro intensione di rispettare la legge,

gli ha fatto eco il senatore Richard Blumenthal. Le autorità federali hanno dato il via alle indagini nel 2012, sollecitate da un’inchiesta del Washington Post. Ancora una volta il giornalismo statunitense si conferma uno straordinario “cane da guardia” del potere, ma non è una novità. La novità è questo scandalo le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare.

Via | Washington Post

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