Roberto Berardi, il fratello scrive a Papa Francesco

Dure le parole di Stefano Berardi nei confronti di Papa Francesco: "Colpevole come mio fratello: si fanno valutazioni sbagliate"

Resta altissima la tensione della famiglia Berardi, che continua a cercare in ogni modo di riportare a casa Roberto Berardi, l'imprenditore detenuto da 25 mesi nel carcere di Bata Central. Gli ultimi 15 mesi di detenzione, in barba al diritto internazionale ed allo stesso diritto del paese africano, sono stati passati da Berardi in una cella di isolamento caldissima e minuscola e solo grazie all'insistenza della famiglia sull'ambasciata italiana in Cameroun e all'interessamento della Croce Rossa Internazionale è stato possibile, recentemente, far effettuare al detenuto un superficiale controllo medico in carcere.

Per il resto Berardi continua la sua detenzione nel silenzio assordante dei media nazionali, non senza qualche spavento: durante gli scontri seguiti all'eliminazione della Guinea Equatoriale dalla Coppa d'Africa infatti, le notizie provenienti dalla Guinea e riguardanti gli arresti sommari messi in atto dal repressivo regime di Malabo hanno preoccupato non poco gli addetti ai lavori, che dal paese africano ricevevano notizie frammentarie e poco chiare.

Solo spavento, per fortuna, ma che si unisce allo stremo assoluto cui è ridotta la famiglia Berardi, che dall'Europa (da Latina e da Berlino, dove vive il fratello Stefano) invoca in tutti i modi un interessamento pratico anche del Vaticano.

Il Vaticano infatti, come abbiamo spiegato più volte, ha un ruolo chiave nella vicenda: inizialmente il nunzio apostolico in Guinea Equatoriale, monsignor Piero Pioppo da Lecco, ex dirigente di spicco dello IOR allontanato da Papa Francesco da Roma ed inviato in centroafrica, si era "messo a disposizione" della famiglia per interessarsi del caso.

Dopo le insistenze e la manifestazione di un'angosciosa preoccupazione, più volte motivata, da parte della famiglia era stato lo stesso nunzio apostolico, con una vera e propria lavata di mani, a chiudere ogni spiraglio sulle trattative, interrompendo i contatti con i familiari di Berardi in Europa. Successivamente il Presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è stato ricevuto, in 12 mesi, ben 4 volte da Papa Francesco: un privilegio non per pochi, che certamente fa intendere un rapporto molto stretto tra Roma e Malabo.

La dittatura nguemista è dichiaratamente ed apertamente cattolica, come cattolica è la Guinea Equatoriale (ex colonia spagnola), nonostante le caratteristiche tribali siano decisamente ancora molto marcate nel misticismo tribale della popolazione equatoguineana: non sono un mistero, nè tantomeno un illecito, le donazioni annuali che il governo di Malabo invia al Vaticano, anche se tali donazioni non sono mai state nè quantificate nè rese note.

Certo l'occhio di riguardo che il Vaticano garantisce alla dittatura avrebbe fatto presumere una maggior intransigenza, come si vuole tra amici, da parte di Roma di fronte all'evidenza dei trattamenti inumani e degradanti cui è stato e continua ad essere sottoposto Roberto Berardi in carcere. Una questione che tuttavia non attiene unicamente a Berardi, ma a tutta la popolazione carceraria e non della Guinea Equatoriale, che vive strozzata nella propria libertà da una dittatura sanguinaria e fortemente repressiva, una repressione inaspritasi molto negli ultimi mesi, in particolare con la concomitanza della Coppa d'Africa.

Le parole di Stefano Berardi al Papa sono parole di disperazione, lucida e rabbiosa disperazione di chi non ha più speranza se non quella che, ogni giorno, ci fa continuare a lottare: la famiglia Berardi, di fatto, si sente abbandonata da tutti, Stato italiano e Chiesa, nonostante gli appelli si siano sprecati, anche da parte dello stesso Papa che nel corso di un Angelus nel dicembre 2013 aveva velatamente fatto presente la vicenda di Berardi (pur senza nominarlo).

Abbiamo deciso di pubblicare la lettera di Stefano Berardi per questo, per mostrare il dolore ingiustamente solitario che la famiglia Berardi è costretta ad affrontare ogni giorno: Rossella Palumbo, ex moglie di Roberto Berardi, aveva parlato delle medesime angosce in un'intervista a Crimeblog di qualche mese fa.

In questo senso le parole di Stefano Berardi sono lucidamente disilluse, in un ragionamento ridotto all'osso che certamente colpisce per la durezza dei toni, certamente mai duri come 25 mesi passati nell'incertezza, nel dolore, nella sofferenza. La stessa delle famiglie dei detenuti della Guinea, i quali diritti vengono violati ogni giorno: è questa la domanda, atavica a dire la verità, che ci si pone di fronte all'evidenza dei rapporti diplomatici "più importanti" di quelli umani, una realpolitik che sui diritti non è assolutamente sostenibile.

Certamente non è tollerabile per chi vive lo strazio della paura continua di non rivedere più il proprio congiunto.

Lettera di Stefano Berardi a Papa Francesco

VATICAN-POPE-GUINEA

Santità,

le scrivo pubblicamente, quest'oggi, la mia lettera in lingua italiana, certamente meno erudita dei miei predecessori familiari, ma questa volta non per richiesta di aiuto verso mio fratello, verso il quale avete già ampiamente dimostrato voler evitare ogni commento e condivisione, bensì di accusa verso un sistema che distrugge le basi etico morali del buon vivere comune secondo i dettami di quello che nostro Gesú Cristo voleva insegnarci con la sua morte.

Papa Francesco, Lei porta il nome del solo ed unico personaggio storico che aveva al meglio interpretato le leggi di Dio; proprio questo alla sua elezione mi aveva inorgoglito ma disgraziatamente il breve corso storico Papale da lei già affrontato si è macchiato di una delle più gravi vergogne e debolezze umane: accettare doni dal Diavolo.

Caro Pontefice lei sa meglio di me che scendere a patti con il male non ammette più rifiuti: come con i mafiosi si resta invischiati, si accetta una volta e dopo si può solo pagare.

Mi dica: quale è la differenza tra Lei, che accetta di ricevere e dialogare con un dittatore come Obiang, e mio Fratello che stupidamente non valuta con chi si mette in società? Nessuna: sia Lei che mio fratello siete colpevoli.
Roberto cercava di lavorare per il benessere della sua Famiglia e dei suoi dipendeti, Lei ha accettato doni per i suoi mendicanti: tutti e due avete mal interpretato cosa voleva Dio. E´ inutile per tutti e due predicare bene e razzolare male.

Oggi mio Fratello è imprigionato nel lager di Bata, in isolamento da 15 mesi, e Lei non ha la forza morale e il coraggio e la purezza di dire apertamente agli Obiang che hanno raggiunto il limite: pagate oggi la vostra superficialità per esservi associati con il male. In tutto questo chi soffre?

Gli innocenti: i figli di Roberto, la sua famiglia, gli amici, il povero e martoriato popolo della Guinea Equatoriale, tutti coloro i quali non possono gridare il loro dolore.
Lei è sicuro che è questo che voleva Dio? Io non lo credo.

Questo, Santità, è il male: è il silenzio che distrugge i voleri di Dio. Tutto il resto sono chiacchiere.
Il vero San Francesco il suo credo lo ha dimostrato con i fatti, non con le chiacchiere.
Lei mi dirà che bisogna saper perdonare: io lo faccio in coscienza, perdono Lei e mio fratello e non spero neanche più che qualcosa cambi, perchè in fondo l'Umanità è fatta così. Mi rattrista solo che di veri San Francesco non ce ne siano milioni: se così fosse si vivrebbe davvero in un mondo migliore.

Santità, dica al Vescovo di Latina e al suo Vicario, tanto vicini a Lei, di mettersi l'animo in pace: non hanno più bisogno di parlare con mia madre perchè ormai il danno ad una vecchia di 80 anni è stato fatto nel corso di tutti questi 25 mesi di carcere e non credo sarà mai possibile riparare.
Le chiedo gentilmente, se possibile, di associarsi a me per una preghiera per un mondo migliore: l'Umanità ne ha bisogno.

Cordiali Saluti
Stefano Berardi

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