Nasce la Corte di Giustizia africana dei Diritti Umani: immunità per tutti i capi di stato

Si fondono la Corte Africana per i diritti umani con la Corte di Giustizia africana: i leader africani votano per darsi l'immunità ma il nuovo tribunale potrebbe aprire scenari inediti per i diritti umani nel continente

Al 24esimo vertice dell'Unione Africana (UA) appena conclusosi ad Addis Abeba, in Etiopia, sono successe due cose fondamentali: Robert Mugabe è stato eletto Presidente di turno dell'UA e il Kenya ha ottenuto una forte accelerata per la creazione della Corte Africana di Giustizia e dei Diritti Umani.

Nel continente africano infatti esistono oggi due differenti corti penali internazionali: la Corte Africana dei Diritti dell'Uomo e dei Popoli, fondata nel 1998, e la Corte di Giustizia dell'Unione africana, istituita nel 2003. L'intenzione dell'UA è di fondere i due tribunali in uno; la nuova Corte perseguirà ben 14 tipi di crimini diversi (per capirci, la Corte Penale Internazionale, CPI, che ha sede a L'Aja ne persegue "solo" tre: crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio) e addirittura si pensa di cedere alcune competenze nazionali al nuovo ente transnazionale.

Dei 54 membri dell'Unione Africana solo 11 hanno firmato il Protocollo di Malabo, un documento che i membri dell'UA si sono impegnati a ratificare nel giugno 2014, dopo un vertice nella capitale della Guinea Equatoriale nel corso del quale si è deciso di avviare questo percorso di fusione delle due corti internazionali. I tempi per la nuova Corte saranno quindi tutt'altro che rapidi.

Va inoltre sottolineato come già nel giugno 2014 i leader africani firmatari del Protocollo di Malabo avessero emendato nello Statuto della nuova Corte Penale una vera e propria "immunità" per Presidenti, Re e in generale per tutti i capi di Stato e le alte sfere dei vari governi africani: un'amnistia unicamente per i vertici, tra l'altro statutaria, che potrebbe rappresentare un vero e proprio colpo di spugna per i regimi più sanguinari del continente, Guinea Equatoriale ed Eritrea su tutti.

Altri nodi importanti sono legati ai finanziamenti: la Corte Penale Internazionale de L'Aja costa ogni anno circa 126 milioni di euro, una cifra che è stato dimostrato essere troppo bassa per garantire una reale efficacia della Corte in campo internazionale. Per il momento la Corte di Giustizia africana dei diritti umani prevede un bilancio annuale di poco inferiore a 7 milioni di euro: se pensiamo che molti paesi devono ancora ratificare il protocollo, che vanno stabilite le composizioni delle due camere penali, che va istituito l'ufficio di una procura per i diritti umani, che vanno nominati giudici, stabilite le procedure, creati fondi fiduciari ed avviata una lunga serie di accordi con i paesi membri, è evidente che ci vorrà ancora del tempo.

Intanto però in Africa l'immunità che i leader africani si sono garantiti presso la nuova Corte penale fa già ampiamente discutere:

GADO-11

La vignetta del disegnatore keniota Gado non è tanto campata per aria: lo dimostrano già i processi egiziani a blogger, giornalisti, attivisti dei diritti umani, ma anche ai Fratelli Musulmani.

Va inoltre spiegato che le basi statutarie sulle quali si fonderà la nuova Corte di Giustizia africana dei Diritti Umani sono basi fondamentalmente ideologiche (seppur in parte corrette): come si legge nel Protocollo di Malabo infatti, dopo aver accettato "la manovra imperialista" che negli ultimi 20 anni ha "costretto" i paesi africani ad accettare l'entrata sulla scena internazionale della CPI (che in Africa prese il posto, nel 2003, del Tribunale delle Nazioni Unite per i crimini commessi in Rwanda), il nuovo corso del panafricanismo, che si sviluppa nel segno (e nel culto) di gente come Mugabe, Obiang, Jonathan, Mayardit ed altri, tutti ricevuti recentemente alla Casa Bianca, rompe con il passato post-coloniale ed apre verso il futuro.

Certo non prima di aver messo al sicuro i propri leader: come gli Stati Uniti non sono vincolati alla Corte Penale Internazionale anche i leader africani non vogliono e non possono, questioni di opportunità politica e, banalmente, di tutela legale per garantirsi l'impunità di fronte ai crimini efferati e tremendi, lasciare al caso i propri destini giudiziari: l'Africa oggi mostra una nuova alba che però rischia di partire già zoppa.

Certo, una Corte Africana dei diritti umani in passato forse avrebbe cambiato il corso della storia: il processo contro Abdallah Banda, leader dei ribelli in Darfour, istituito dalla CPI "occidentale" nel 2004 fu ritardato per anni a causa dell'assenza di traduttori capaci, ma anche la lotta del popolo Ogoni contro il governo nigeriano (partner di Shell Nigeria) sarebbe forse andata diversamente.

Oggi il rischio è diverso: grazie all'immunità statutaria leader africani come il guineano Teodoro Obiang Nguema Mbasogo o l'eritreo Isaias Afewerki si sono garantiti una vecchiaia tranquilla, senza il rischio di finire alla sbarra per aver commesso atrocità indicibili, ancora oggi ogni giorno, nei confronti del loro stesso popolo.

Va invece applaudito ed osservato con attenzione il nuovo corso giuridico transazionale africano, che guarda alla Corte Penale Internazionale in modo intelligentemente critico, osservandone procedure e criticità; oltre alle difficoltà nel processo contro Abdallah Banda sono molti gli esempi dell'inefficacia della CPI: le atrocità e i crimini di guerra commessi da contractor occidentali nel Corno d'Africa, l'impossibilità di arrestare un capo di stato come Omar al-Bashir (sul quale pende un mandato di cattura internazionale emesso dalla CPI nel 2009), i molti processi mai celebratisi contro i più sanguinari oppressori d'Africa della storia recente.

Non ultimo la tranquilla pensione che vivono personaggi come George W. Bush e Tony Blair, che nel 2003 condussero una campagna di informazione basata sulla totale e consapevole menzogna per spiegare al mondo il perchè fosse necessario bombardare l'Iraq di Saddam Hussein. La pubblicazione del rapporto Chilcot, un documento che sarebbe il vero atto d'accusa nei confronti dell'ex premier britannico Blair, potrebbe finalmente far muovere la complessa macchina giudiziaria della CPI, ma il governo ed il parlamento di Londra continuano a procrastinarne la pubblicazione (attualmente prevista, dopo innumerevoli proroghe, a dopo le elezioni di maggio).

ETHIOPIA-AFRICANUNION-SUMMIT

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