Mafia Capitale: l'ascesa del potere mafioso romano nei fatti di sangue

Gambizzazioni, omicidi su commissione, estorsioni e pallottole: il consolidamento del potere mafioso romano attraverso i recenti fatti di sangue nella Capitale

a:2:{s:5:"pages";a:2:{i:1;s:0:"";i:2;s:35:"I fatti di sangue di Mafia Capitale";}s:7:"content";a:2:{i:1;s:8951:"ITALY-TOURISM-FEATURE

L'ascesa della Mafia Capitale e il consolidamento del potere mafioso a Roma non è merito solamente di "buoni" contatti, amicizie inconfessabili tra potenti e criminali, appalti e corruzione: il potere mafioso a Roma è più capillare, arriva a controllare intere zone come "la Scampia romana" Tor Bella Monaca o il litorale di Ostia e per questo, inevitabilmente, il potere mafioso a Roma deve anche sparare.

Vivo a Roma dal 2008 e, da quell'anno, mi occupo anche di cronaca locale: ricordo bene come, già dall'anno 2009 (il sindaco era Alemanno, ma poco sarebbe cambiato), l'emergenza sicurezza a Roma fosse una spaventosa realtà.

I fatti di sangue in città erano, in quel periodo e fino a fine 2012, una quotidianità: solo negli ultimi due anni la criminalità organizzata capitolina ha impartito l'ordine, sulla scia di quella "sommersione" suggerita dal boss Provenzano a cosa Nostra dopo le stragi del 1992, di mantenere un profilo basso, di fare meno clamore possibile. Nonostante ciò negli ultimi mesi nella Capitale si era tornati a sparare, e tanto: gambizzazioni in pieno giorno (e non sempre in periferia), omicidi perfettamente organizzati, spedizioni punitive, incendi dolosi: sembra proprio (e non è assurdo pensarlo, anche se non abbiamo testimonianze dirette in tal senso) che la criminalità organizzata capitolina avesse subodorato la maxi-operazione della procura di Roma e stesse già cominciando a riorganizzarsi.

Operazione che, la storia della mafia in Italia ce lo insegna, passa necessariamente dal piombo e dal sangue: la mafia, a Roma, pesa i soldi come le armi.

L'arresto di Roberto Grilli

L'inchiesta Mafia Capitale comincia con l'arresto dello skipper Roberto Grilli, classe 1963, avvenuto fermato il 26 settembre 2011 a 5 miglia marittime dal porto di Alghero dalla Guardia di Finanza: l'uomo fu trovato con mezza tonnellata di cocaina purissima a bordo del suo "Kololo II" battente bandiera francese, droga che secondo la Finanza una volta tagliata avrebbe fruttato circa 200 milioni di euro.



La cocaina sequestrata a Grilli


Grilli finì (come ovvio) in carcere ed ha rischiato una condanna a 15 anni per narcotraffico; una pena del genere spaventerebbe chiunque e così lo skipper avrebbe deciso di parlare con i magistrati: partendo dal suo passato di ex-Nar l'uomo ha rivelato i nomi ai vertici dell'organizzazione, da Massimo Carminati in giù, aprendo agli inquirenti la strada per risalire ai traffici illeciti ed ai fiumi di denaro di matrice criminale che inquinano la Capitale.

Quel 26 settembre 2011 Grilli sarebbe dovuto arrivare al porto di Fiumicino: un'avaria lo avrebbe tradito, così come (a suo dire) lo avrebbero tradito "gli amici", cosa che lo avrebbe persuaso a collaborare: il 20 aprile 2012 lo skipper, davanti al pm Giuseppe Cascini (la magistratura sarda aveva inviato le carte a Roma per le dichiarazioni già rese da Grilli), vuota il sacco e rivela l'esistenza del "Mondo di mezzo". Dopo due anni e mezzo di indagini, la settimana scorsa il primo epilogo della vicenda Mafia Capitale.

Mafia Capitale

Massimo-Carminati-620x264

La Mafia Capitale ha una data precisa in cui possiamo far risalire almeno il suo concepimento: nella notte tra il 16 ed il 17 luglio del 1999 alcuni abili rapinatori svuotano il caveau della filiale della Banca di Roma all'interno del tribunale della Capitale, a piazzale Clodio. Furto paradossalmente avvenuto in uno dei luoghi più sicuri di tutta la città che si rivela essere un colabrodo: 147 cassette di sicurezza di "proprietà" di dipendenti del Palazzo vengono saccheggiate grazie ad un sapiente lavoro di manovalanza e grazie sopratutto a eccellenti complici all'interno.

La refurtiva farebbe gola a chiunque: soldi, tanti soldi, gioielli e sopratutto documenti di ogni tipo (carte di processi, documenti compromettenti per magistrati e indagati, verbali di interrogatori). Mafia Capitale comincia con quell'incredibile furto, di fatto un vero e proprio schiaffo allo Stato: 30 persone, tra arrestati e indagati, finirono implicate nelle indagini, che tuttavia non portarono a nulla (seppur toccando personaggi che, oggi, risultano essere ai vertici di Mafia Capitale: su tutti Massimo Carminati).

Quel tesoro, trafugato al Tribunale di Roma, avrebbe rappresentato il primo tassello della mafia romana: entrata in possesso di denaro contante e, ancora meglio, di documenti compromettenti, la criminalità organizzata nella Capitale ha cominciato a muovere i propri tentacoli nei gangli della criminalità romana alla ricerca di manovalanza e, contemporaneamente, di contatti "alti" da far fruttare: per questi si possono sfruttare amicizie di gioventù nella destra romana, simpatie politiche nella militanza e nelle istituzioni, affaristi e "traffichini" sempre pronti agli "investimenti".

I contatti di Carminati sono eccellenti, così come eccellente è la macchina di potere messa in piedi dal Cecato: il "rispetto" guadagnato negli anni della Banda della Magliana, l'alone "mistico" che aleggia attorno alla sua figura da quando ha perso l'occhio in uno scontro a fuoco, l'accentramento del potere e gli ottimi contatti (nella politica e nella malavita) fanno di lui il boss perfetto, capace di coagulare attorno a se il meglio della criminalità capitolina.

Massimo Carminati detto er Cecato, memore dell'esperienza nella Banda della Magliana e nei Nar, vuole sperimentare una nuova forma di crimine a Roma: meno piombo e più affari, così da mantenere un profilo il più basso possibile. Certo, creare una nuova criminalità da zero costa, ma i soldi non sono un problema: in un'intervista del 2011 a LaStampa Antonio Mancini, ex membro della Banda della Magliana soprannominato Nino l'Accattone, pentitosi dopo diversi anni di carcere, ha rivelato:

"Roma è ancora in mano alla banda della Magliana. Adesso non spara più ma fa affari importanti. Ha usato e continua a usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera. E non ha più bisogno di sparare. O almeno, di sparare troppo spesso. La banda ha conquistato la piazza e ha incrementato di nuovo i guadagni. Adesso ci sta la manovalanza e quelli che hanno usufruito delle nostre azioni. La cassa, i soldi, li hanno quelli che sono stati solo sfiorati dalle indagini e ne sono venuti fuori alla grande, potendo tranquillamente continuare a fare i loro affari. Io mi chiedo che fine abbiano fatto tutti i soldi, i palazzi, centro commerciali, night club e le attività in mano ai personaggi legati alla banda? Qualcuno è riuscito a sequestrarli? Assistiamo a dei sequestri a tutte le associazioni criminali, alla Mafia, alla ‘Ndrangheta e la Camorra ma non alla banda della Magliana. Come mai?"

Parole che lette oggi hanno il sapore dell'amaro calice che la città ha trangugiato per anni rifiutando colpevolmente di guardare quello che era sotto gli occhi di tutti: la creazione ed il consolidamento di un potere criminale-mafioso forte e politicamente ben coperto.

";i:2;s:10522:"

I fatti di sangue di Mafia Capitale

UOMO UCCISO A COLPI DI PISTOLA IN STRADA A ROMA

Pur tenendo un "basso profilo" per la Mafia Capitale del Cecato&soci era inevitabile spargere del sangue: vecchi conti da regolare, paura da dover infondere, rispetto da dover pretendere, erano queste le tre regole "d'onore" della mafia romana degli anni 2000.

Il 18 ottobre 2002 veniva freddato l'ex luogotenente di Enrico De Pedis detto Renatino, il 53enne Paolo Frau detto Paoletto: Frau si era rifatto una vita criminale sul litorale di Ostia, dove era a capo di una piccola organizzazione criminale locale: racket, estorsioni, gioco d'azzardo e spaccio le specialità del gruppo. Fu attirato fuori casa con un inganno da due sicari in moto e freddato con tre colpi di pistola: l'omicidio resta ad oggi irrisolto, ma si lega con quello di Emidio Salomone, altro ex della Banda della Magliana freddato il 4 giugno 2009 ad Acilia (vicino Ostia) con due colpi di pistola al volto: i killer lo chiamarono per nome e lo uccisero a sangue freddo. I due, Salomone e Frau, erano "soci".

L'omicidio Salomone (l'uomo era riuscito a sfuggire all'operazione "Colosseo", scattata dalle confessioni di Maurizio Abbatino detto Crispino, ex-boss della Magliana) mostra bene uno spaccato della violenza mafiosa per accaparrarsi il controllo dello spaccio di eroina nelle piazze di Ostia ed Acilia: il 12 settembre 2011 finì in carcere per quell'omicidio Massimo Longo, accusato di essere il mandante. La diatriba tra i due durava da diversi mesi.

Ostia e il litorale romano rappresentano una zona fondamentale per "fare cassa": gli stabilimenti balneari e le concessioni, le sale da gioco, lo spaccio di droga e il racket fanno del litorale romano la zona della città più permeata dalla Mafia Capitale, cosa possibile grazie all'ignavia dei controllori (i Vigili Urbani del XVII Gruppo hanno più volte dimostrato l'indolenza tipica degli "yes man", come in occasione dell'abbattimento del Lungomuro, ordinato dal sindaco, che impedisce il libero accesso al mare) ed il tuttapostismo delle istituzioni locali (memorabili le telefonate tra il minisindaco Andrea Tassone del PD e Salvatore Buzzi, braccio destro di Massimo Carminati).

Il 29 febbraio del 2008 tocca invece a Umberto Morzilli detto er Meccanico: il 51enne viene ammazzato con un colpo di pistola alla testa nel quartiere Centocelle mentre tenta di sfuggire ai suoi sicari, due uomini in moto che lo bloccano a bordo della sua Mercedes. I killer sono stati talmente abili da non lasciare sull'asfalto nemmeno i bossoli.
Morzilli, un passato da spacciatore (bassa manovalanza) per la Banda della Magliana evolutosi in una più "autorevole" carriera da narcotrafficante nel corso degli anni, fu arrestato per estorsione nel 2003 con Massimo e Antonio, detto Tony, Nicoletti (figli di Enrico, il cassiere della Banda della Magliana). Gli affari tra Morzilli e l'imprenditore Danilo Coppola (leciti secondo la Dda di Roma) sono stati al centro, ipotizzate come movente, delle indagini della procura di Roma, che non arrivò a conclusioni.

L'omicidio del Meccanico apre uno squarcio sulle dimaniche del controllo del mercato della droga a Roma: quel sangue versato a Centocelle si mescola infatti con quello versato all'Esquilino, centrale quartiere romano a ridosso della stazione Termini, il 28 febbraio 2005: Antonello Fa, cagliaritano con importanti precedenti per droga e bancarotta fraudolenta, veniva freddato con un singolo colpo di pistola alla nuca sparato da un killer solitario a bordo di uno scooter. Una dinamica simile a quella che, qualche anno dopo, portò alla morte di Morzilli a Centocelle, se non fosse che un fantomatico "amico" di Fa lo attendeva in auto: messosi all'inseguimento del killer, entrambi sono spariti nel nulla a poche centinaia di metri dal fatto.

L'omicidio del cagliaritano fu preannunciato da altri due omicidi "eccellenti": quello del boss siciliano Vincenzo Mussurici detto Enzo il Vecchio a Marbella (Spagna) e quello di Giuseppe Valentini detto er Tortellino, ucciso in un bar romano di Porta Metronia il 22 gennaio 2005: i tre, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, avevano un ruolo molto importante nel traffico di hashish dalla Spagna.

Passa qualche anno e qualche inchiesta giudiziaria quando arriva l'annus horribilis degli omicidi a Roma, il 2011: in piena giunta Alemanno la Mafia Romana spara ferocemente (uccidendo 37 volte tra gennaio 2011 e febbraio 2012), gambizzando in piazza Monte di Pietà (pieno centro) Flavio Simmi l'8 febbraio e uccidendolo barbaramente con 9 colpi di pistola il 5 di luglio: Simmi era figlio di un ex-sodale della Magliana (Roberto Simmi) e nipote del più famoso Tiberio; così si descrive l'attività della famiglia Simmi in un'informativa della Polizia:

"Tiberio, con il figlio Alessio, gestisce un negozio di oreficeria assiduamente frequentato da Maurizio Lattarulo (detto Provolino, ex consulente del sindaco Alemanno per le politiche sociali, NDA). Presso il negozio di piazza del Monte, invece, è stata rilevata anche la presenza di Antonio Mancini e di Raffaele Pernasetti. Inoltre dall’intercettazione telefonica ancora in corso si è potuto stabilire che il negozio è stato, per un periodo di tempo, frequentato dal famoso faccendiere Ernesto Diotallevi inquisito unitamente ai noti Francesco Pazienza, Flavio Carboni e altri pregiudicati della vecchia Banda della Magliana per le vicende del crack del banco Ambrosiano e per l’attentato al vice direttore Roberto Rosone, durante il quale viene ucciso uno degli attentatori, Danilo Abbruciati. Nelle attività dei fratelli Simmi investiva Franco Giuseppucci il quale ricettava titoli di credito e polizze e, per conto terzi, riciclava denaro sporco presso gli ippodromi e le sale corse."

Dopo il 2011 però la Mafia Capitale di fatto silenzia le pistole e raggiunge un profilo decisamente più sottotraccia, che dura fino a pochi mesi fa, quando a Roma si riprende a sparare con regolarità nelle periferie e in centro. L'ultimo fatto di sangue in ordine di tempo risale a soli sei giorni fa: Giuseppe Restuccia, 51enne romano di origini siciliane con precedenti per associazione mafiosa (legato in passato al clan siracusano dei Belfiore) si trovava nel popolare e centrale quartiere di San Lorenzo quando due uomini si sono avvicinati a bordo di uno scooter e lo hanno ferito con sei colpi alle gambe, chiaro avvertimento mafioso sempre più in voga in città.
Restuccia era stato scarcerato grazie all'intervento dell'avvocato Marco Cavaliere (legale di diversi boss mafiosi, tra cui Michele Senese), al centro di un'indagine su un giro di false perizie mediche per lasciare il carcere e finire ai domiciliari in una clinica psichiatrica (come successe sia al boss Senese che allo stesso Restuccia).

"Pensavamo fossero petardi"

hanno dichiarato gli abitanti del quartiere sulle pagine di cronaca locale. Secondo fonti giudiziarie gli inquirenti non escluderebbero un coinvolgimento della Mafia Capitale anche nell'omicidio recente di Silvio Fanella, ex cassiere di Gennaro Mokbel (faccendiere vicinissimo alla Banda della Magliana) condannato in primo grado a nove anni di reclusione per la truffa e il riciclaggio di due miliardi di euro. Mokbel è considerato vicinissimo a Antonio D'Inzillo, ex-terrorista dei Nar tra i killer del boss Renatino De Pedis.

Il panorama criminale capitolino è intriso come una spugna di Mafia Capitale, che per fare soldi non ha guardato unicamente agli appalti e alle cupole di potere: lo spaccio, il racket, il gioco d'azzardo delle migliaia di macchinette che affollano i bar di Roma, la prostituzione, i business nei quali ha diversificato i suoi investimenti la Mafia Capitale sono innumerevoli e tutti lucrosissimi.

Nel frattempo la città affoga nel malaffare, in un degrado agevolato da una politica che ha colpevolmente voltato lo sguardo, quando non si è addirittura attavolata con i sodali mafiosi romani. ";}}

  • shares
  • Mail