Lecce, svuotavano conti correnti postali: 6 arresti, furto da 1 milione di euro

Uno degli indagati, Cosimo Prete, è finito in carcere con l'accusa di truffa aggravata ai danni della Pubblica amministrazione, falso materiale e frode informatica.

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È di sei persone finite in manette - una in carcere e cinque ai domiciliari - il bilancio di un’operazione scattata oggi a Lecce al termine di una complessa indagine avviata nel 2012 che ha permesso alle autorità di accertare una piccola organizzazione criminale riuscita ad appropriarsi indebitamente di oltre 1 milione di euro, soldi sottratti dai conti correnti postali di almeno 16 persone, tutte residenti nella provincia di Lecce.

La sottrazione di denaro è stata possibile grazie alla complicità di un responsabile Area consulenza dell’ufficio postale di Parabita, comune leccese di circa 10 mila abitanti. Cosimo Prete, 55 anni, secondo l’accusa, avrebbe convinto i malcapitati a firmare alcuni documenti per investire il denaro in buoni fruttiferi, ma si sarebbe invece appropriato di quelle importanti somme, rendendo partecipi gli altri indagati.

Prete è finito in carcere con l’accusa di truffa aggravata ai danni della Pubblica amministrazione, falso materiale e frode informatica. Gli altri - Marcolino Andriola, 48 anni, Pierluigi Anelli, di 47 anni, Stefania Di Matteo, di 49 anni, Luigi Cecere, 27 anni, e Antonio Silvestri, di 40 anni - sono finiti ai domiciliari accusati a vario titolo di peculato, falsità materiale e riciclaggio.

La svuotamento del conto corrente più importante è avvenuto, ce lo spiega LeccePrima, con la clonazione del libretto postale di una donna eritrea residente a Locri:

attraverso operazioni gestite dal secondo conto e condotte in maniera apparentemente regolare, ma che in realtà prosciugavano il denaro del primo, i denari sono spariti nel giro di un giorno: in questo modo è stata prelevata la somma di 1 milione e 290mila euro.

Non è stato ancora possibile stabilire dove siano andati a finire i soldi sottratti ai malcapitati, ma una parte di essi sono stati senza dubbio utilizzati dagli indagati per acquistare beni e auto di lusso, in parte sparite e vendute all’estero.

Le indagini, lo precisano i militari coinvolti, non hanno fatto emergere alcun coinvolgimenti con le realtà criminali locali. La piccola banda di criminali, in definitiva, avrebbe fatto tutto da sola, senza il supporto della criminalità organizzata che opera sul territorio.

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