Nigeria, i crimini di guerra dell'esercito nella lotta contro Boko Haram

Immagini drammatiche messe in rete da Amnesty International mostrano le torture e le vessazioni inflitte dall'esercito regolare nigeriano ai miliziani di Boko Haram catturati: la ong li accusa di crimini di guerra

Non c'è pace per la maledetta Nigeria, che sprofonda sempre più in una spirale di sangue che sembra senza uscita. Mentre il Presidente Goodluck Jonathan si trova a Washington DC alla corte di Barack Obama, l'occasione è il summit internazionale sullo sviluppo dell'Africa cui partecipano 50 leader africani, i suoi soldati in Nigeria commettono i peggiori crimini di guerra.

Mentre la Nigeria finiva in testa ad una lista di sei paesi africani selezionati per il progetto "Power Africa", un progetto finanziato privatamente per portare l'elettricità in 20 milioni di case presentato ieri allo "Us-Africa leaders summit", nello stato di Borno nel nordest della Nigeria, dove spadroneggiano i folli islamisti di Boko Haram, si assiste alla prova di forza dello Stato nigeriano contro i terroristi.

Una prova di forza che, denuncia la ong Amnesty International, si concretizza in violazioni continue dei diritti umani e in crimini di guerra efferati perpetrati dalle truppe del governo di Abuja: le immagini girate da Amnesty che proponiamo nel video in testa a questo post (non guardatelo se siete impressionabili) mostrano detenuti sgozzati e gettati in fosse comuni da uomini che indossano l'uniforme della Task force civile congiunta (Cjtf), uomini in apparente stato d'arresto fatti sdraiare proni in terra per essere calpestati e pestati, testimonianze crudissime che raccontano di violenze indicibili.

Nella sua parte più drammatica il video mostra 16 giovani seduti allineati l’uno affianco all’altro. L'episodio si è verificato il 14 marzo scorso a Maiduguri, capitale del Borno, nel nordest della Nigeria: i giovani vengono chiamati uno per uno e fatti inginocchiare di fronte alla fossa. Cinque vengono sgozzati. Secondo successive testimonianze oculari raccolte dalla ong altri nove hanno subito la stessa sorte e gli ultimi rimasti sono invece stati fucilati.

"Le prove che abbiamo raccolto costituiscono un’ulteriore conferma degli agghiaccianti crimini cui si lasciano andare tutte le parti in conflitto. I nigeriani meritano di meglio. Cosa si può dire quando dei soldati commettono azioni che lasciano senza parole e le registrano in un filmato?
Queste non sono le immagini che ci aspettiamo da un governo che pretende di avere un ruolo guida in Africa. Queste prove terribili sono rafforzate dalle numerose testimonianze che abbiamo raccolto, che lasciano intendere che l’esercito e la Cjtf compiano regolarmente esecuzioni extragiudiziali.
Dall’inizio dell’anno, oltre 4000 persone sono state uccise nel corso del conflitto tra l’esercito nigeriano e Boko Haram, tra cui oltre 600 vittime di esecuzioni extragiudiziali seguite all’attacco alla base militare di Giwa, a Maiduguri, il 14 marzo. [...] Lo stato d’emergenza non deve generare uno stato di assenza della legge. Purtroppo le stesse comunità sono terrorizzate sia da Boko Haram che dall’esercito nigeriano."

ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. L'intensificarsi delle violenze nel nord della Nigeria, secondo la ong internazionale, dipende anche dalle violenze delle milizie inviate da Abuja per contrastare l'orrore del terrorismo di Boko Haram: a luglio 12 appartenenti a una setta a maggioranza sciita diretta dallo sceicco El Zakzaky sono stati uccisi dopo essere stati arrestati per aver preso parte a una protesta pacifica nel corso della quale erano stati già uccisi 21 manifestanti, tra cui due bambini. L'esercito aprì il fuoco sulla folla commettendo una strage.

In tale contesto dunque il ruolo dell'esercito nigeriano è quello del vendicatore: se sono innegabili i crimini commessi da Boko Haram innegabili cominciano ad essere anche i crimini, altrettanto efferati, commessi dai militari nella loro opera di repressione del terrorismo.

NIGERIA-UNREST

Secondo fonti militari ritenute "credibili" dalla ong sono gli stessi uomini dell'esercito nigeriano ad avere riconosciuto alcuni "colleghi" nel video mostrato, militari potrebbero appartenere all’unità d’appoggio del Battaglione 81. Già nel marzo scorso Amnesty aveva chiesto chiarimento alle autorità nigeriane, ricevendo la risposta del procuratore generale federale del ministro della Giustizia, che avevano promesso l'istituzione di una commissione d’inchiesta, sui cui lavori o sulle cui conclusioni non vi è più stata alcuna informazione. Il capo di stato maggiore della Difesa e il ministro degli Affari esteri avevano invece negato qualsiasi coinvolgimento dell’esercito.

Notizie che faticano ad uscire, nonostante sulla Nigeria la copertura mediatica sia molto ampia sopratutto da parte dei media statunitensi: la campagna "Bring back our girls", cui partecipò anche Michelle Obama, moglie del Presidente degli Stati Uniti, fu virale e potente ma, come nel più classico segno del nostro tempo, è stata facilmente dimenticata non appena si sono abbassati i riflettori.

Africa: senza diritti umani non c'è sviluppo

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Lo avevamo scritto giorni fa, prima dell'inizio del summit americano voluto da Obama: senza la tutela dei diritti umani in Africa non si può parlare di sviluppo. L'esempio della Guinea Equatoriale, il paese africano con il reddito pro-capite più alto (terzo al mondo) ma dove la popolazione vive mediamente con meno di 2$ al giorno subendo la cleptocrazia del clan Obiang, al potere dal 1979, era solo emblematico del problema dei diritti umani in Africa. Lo stato canaglia equatoguineano, considerato proprietà personale di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, è considerato dai più il luogo più oscuro dell'intero continente: nonostante ciò il Presidente Obiang si trova a Washington per ripulire la sua immagine internazionale dalle accuse e dai sospetti di essere un folle sanguinario che abusa delle risorse del proprio paese a suo uso e consumo personale.

Il caso equatoguineano è lampante, così come lampanti sono anche i casi di violenze dei governi di Eritrea, Sudan e Zimbabwe, condannati anche dall’Onu e non invitati a Washington: Teodoro Obiang no, lui a Washington è di casa, come lo è il figlio Teodorin indagato proprio negli Stati Uniti per riciclaggio, un processo cui si lega a doppio filo il drammatico caso di Roberto Berardi, usato dal "Principe di Malabo" come capro espiatorio per le accuse lui rivolte dai tribunali di Stati Uniti e Francia.

Il tentativo di ripulire la propria immagine internazionale per incrementare gli investimenti stranieri in Guinea Equatoriale, e quindi il volume della corruzione endemica che avvelena il paese e ingrassa la dittatura cleptocratica degli Obiang, è solo la faccia buona di un regime che opprime e sevizia il suo stesso popolo, usando le risorse del paese come proprio bancomat personale.

Certamente l'Africa è l'orizzonte verso il quale il mondo deve guardare con maggiore interesse (cosa che, ad esempio, la Cina sta già facendo): un bacino di oltre un miliardo di persone (che in termini economici si chiamano "consumatori") perlopiù giovani, con margini di crescita esponenziali che non si trovano da nessuna parte sulla Terra, con ingenti risorse naturali e porzioni enormi di territorio da sfruttare.

Gli elementi importanti sono unicamente questi. Ma, lo ribadiamo, senza diritti umani l'Africa non potrà andare da nessuna parte. E l'occidente ne farà le spese, se non oggi certamente domani.

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