Caso Enzo Tortora, l'ex pm Diego Marmo chiede scusa dopo 30 anni

Recentemente era stato nominato assessore alla legalità con delega ai beni culturali a Pompei

Diego Marmo, ex procuratore della Repubblica a Napoli prima e procuratore generale a Santa Maria Capua Vetere poi, pm istruttore nel famoso processo che portò ingiustamente alla sbarra il giornalista e presentatore Enzo Tortora, si scusa.

Una notizia, questa, data sulle colonne de Il Garantista, che ha pubblicato un'intervista all'ex pm (ora in pensione) firmata da Francesco Lo Dico; recentemente Marmo era nuovamente salito agli onori (o orrori?) delle cronache per la sua nomina ad assessore alla Legalità e alla Sicurezza della città di Pompei, con un'importantissima delega ai beni culturali (che nella città campana dovrebbero rappresentare il patrimonio più prezioso).

Una nomina che ha inviperito molti, indignati non solo per i drammatici mesi di quel processo e per gli avanzamenti di carriera che, negli anni, hanno segnato la vita professionale di Diego Marmo e colleghi, arrivati ai vertici della magistratura italiana nonostante l'eco di quel processo, basato su accuse false e tendenziose e su errori investigativi e giudiziari derivanti da una posizione preconcetta della procura (che doveva dimostrare la colpevolezza dell'innocente Enzo Tortora), uscì addirittura fuori dai confini nazionali.

Una nomina, cosa che si tende a non sottolineare su nessun organo di stampa, ancor più grave per le deleghe ai beni architettonici e culturali concesse a Marmo, che consegnano al magistrato in pensione nuovi ampissimi margini di manovra nel panorama politico pompeiano. Come spesso accade in Italia dopo le polemiche, sacrosante in questo caso, il diretto interessato ha deciso di rilasciare un'intervista nel tentativo di gettare acqua sul fuoco.

Acqua che, nonostante tutto, sembra essersi trasformata in vento:

"Dopo trent'anni è arrivato il momento. Mi sono portato dietro questo tormento troppo a lungo. Chiedo scusa alla famiglia di Enzo Tortora per quello che ho fatto. [...] Mi feci prendere dalla foga. [...] Il rammarico c'era da tempo, ho creduto che ogni mia parola non sarebbe servita a niente. Che tutto mi si sarebbe ritorto contro. Ero Diego Marmo, l'assassino morale di Tortora e dovevo tacere."

Scuse intempestive, quelle di Marmo, motivate da un rimorso che un pubblico ministero non dovrebbe avere e che, nonostante tutto, condivide con molti colleghi: nel video in testa vi proponiamo la famosa requisitoria con la bava alla bocca di Marmo, che accusava Tortora di essere un "cinico mercante di morte" ed un "camorrista", spiegando in Aula che se fossero crollate le accuse (false) contro Tortora sarebbe crollato l'intero impianto istruttorio dello stesso processo; quel processo fu la conseguenza di un'indagine, un'istruttoria, un rinvio al giudizio ed una condanna in primo grado ribaltata in Appello.

Le responsabilità di Marmo sono tuttavia evidenti e, secondo quanto detto dallo stesso ex pm, sarebbero state tenute nel segreto della sua coscienza per lungo tempo: parole che, nonostante tutto, suonano stonate a 30 anni da quel processo e a 26 anni dalla morte del giornalista e presentatore per un tumore polmonare così strettamente legato a quel calvario giudiziario.

Marmo, con i colleghi Di Persia e Di Pietro, preferì credere a dei camorristi "pentiti" piuttosto che all'evidenza dei fatti e all'incredulità di Tortora; lo stesso Marmo ha pronunciato le sue scuse soltanto dopo quelle degli stessi camorristi "pentiti", in particolare Gianni Melluso (nel 2010).

L'ironia della sorte vuole che da custode della verità e della legalità qual era vestendo la toga oggi si trova custode della legalità e dei beni culturali in una città, Pompei, che vede in questi due aspetti due punti critici della propria vita sociale.

Nel frattempo sul fronte politico torna in essere il dibattito, sacrosanto e soffocato per vent'anni per via del dualismo berlusconismo-antiberlusconismo, sulla responsabilità civile dei magistrati: non una catena messa al piede della magistratura, non il cecchino pronto a mirare sul pm, ma un atto di civiltà che colpirebbe la malafede dei magistrati che fanno condannare persone innocenti. Succede ancora oggi, tutti i giorni, in tutta Italia.

Di Enzo Tortora sono ancora piene le carceri.

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