Guerra in procura a Milano, i primi effetti sui processi: sospeso il procedimento su Podestà

Sospeso il processo per le firme false all'ex presidente della Provincia di Milano, potrebbe finire a Brescia per "legittimo sospetto"

In un ricorso di 13 pagine presentato in Cassazione dai legali dell'ex-Presidente della Povincia di Milano Guido Podestà è presente lo scontro tra Bruti Liberati e Robledo che nelle ultime settimane sta mettendo a dura prova la tenuta della procura di Milano.

Podestà, a processo per falso ideologico in relazione alle presunte firme false a sostegno della candidatura di Roberto Formigoni alle regionali del 2010, solleva il "legittimo sospetto" sul suo caso, chiedendo il trasferimento del processo in quel di Brescia proprio per il clima di guerra che si respira in questi mesi (che poi è così da anni) a Milano: una richiesta già avanzata in passato dai legali di Podestà, che sollevavano "l'anomala ed irrituale duplicazione" del procedimento, avviato dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo, a capo del pool che si occupa di reati contro la Pubblica Amministrazione.

Secondo la tesi degli avvocati dell'ex Presidente di Provincia lo "scontro" in procura riguarderebbe anche il procedimento in cui è imputato il loro assistito:

“Uno scontro che in soli due mesi ha travalicato il limite del confronto tra i due coinvolgendo, oltre all’ufficio del pm, le correnti esistenti in seno alla magistratura e determinando all’interno della sede giudiziaria milanese una situazione così grave da turbare lo svolgimento del processo a carico di Podestà.”

Il giudice Monica Amicone ha preso atto dell'istanza della difesa di trasferire il processo a Brescia ed il primo effetto è che il processo a carico di Podestà è stato sospeso, in attesa che il Csm si pronunci sullo scontro tra il capo e l'aggiunto. Uno scontro sul quale, in un'inopportuna intervista al quotidiano La Stampa, Michele Vietti (vicepresidente del Csm) si schiera apertamente dalla parte del procuratore capo Edmondo Bruti Liberati. Inopportuna per due motivi: primo perchè il vicepresidente del Csm si esprime sul merito della questione prima che lo faccia il plenum giudicante, ma subito dopo un colloquio con il Presidente del Csm, che poi è il capo dello Stato Giorgio Napolitano; secondo proprio perchè con le sue parole Vietti snocciola anche quello che sembra essere anche il parere dello stesso Napolitano.

"Spetta al capo della procura la titolarità dell’azione penale" ha detto lapidario Vietti, dimenticandosi tuttavia del principio costituzionale di obbligatorietà dell'azione penale, flesso dalle "deplorevoli dimenticanze" ammesse dallo stesso Bruti Liberati. Questioni che possono sembrare di lana caprina, ma che in realtà celano al loro interno centinaia di altre questioni, che riguardano in particolare proprio l'amministrazione "politica" della giustizia, che avviene quando si sceglie di celare in cassaforte, per qualche tempo, questo o quel procedimento per timore, ad esempio, che un'indagine della magistratura possa far saltare un accordo sindacale imminente.

L'inchiesta sulle firme false è al centro dello scontro tra Bruti Liberati e Robledo: il procuratore capo ha accusato l'aggiunto di non averlo avvisato con tempestività dell'iscrizione nel registro degli indagati di Podestà, mentre Robledo sostiene di avere subito informato il suo capo sull'interrogatorio della teste Clotilde Strada (che aveva fornito elementi d'accusa contro il politico).

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