Omicidio Aldo Bianzino, in appello pena ridotta di sei mesi all'agente di custodia

La guardia penitenziaria condannata a 12 mesi per omissione di soccorso e omissione d’atti d’ufficio

Gianluca Cantoro, l’agente della polizia penitenziaria, a processo per la morte di Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia a ottobre del 2007 all'età di 44 anni, accusato di omissione di soccorso e omissione d’atti d’ufficio è stato condannato dalla corte d'Appello di Perugia a 12 mesi di reclusione.

La corte d’Appello ha dunque riquantificato la pena, come richiesto dalla difesa dell’imputato, riducendola di 6 mesi: il sostituto procuratore generale Giuliano Mignini, rappresentante la pubblica accusa, prima che la Corte si ritirasse in camera di consiglio, aveva chiesto la conferma della condanna a 18 mesi così come stabilito dal processo in primo grado.

"La conferma della sentenza la ritenevo scontata, certo, rimane tutto il mio rammarico dovuto al fatto che dall’intero processo è rimasta fuori la contestazione della morte di Aldo Bianzino come conseguenza dell’omissione di soccorso."

ha spiegato a margine della sentenza l'avvocato Fabio Anselmo.

La storia di Aldo Bianzino

bianzino

Personalmente mi sono imbattuto la prima volta nella storia di Aldo Bianzino nel dicembre 2010: ero alla presentazione del recital "Stoffe di Silenzio" di e con Ugo De Vita, dedicato proprio alla vicenda del falegname umbro morto in carcere nel 2007. Il salone del Partito Radicale era vuoto, questo lo ricordo bene, e il tremore della voce del figlio di Aldo, Rudra, riecheggiava titubante nell'aria, grazie al microfono affrontato come un perfetto estraneo dal giovane ragazzo (allora minorenne).

Rudra Bianzino. E' bastato il suo nome a farmi capire la personalità del padre Aldo: non un uomo qualunque, decisamente fuori dagli schemi per stile di vita, cultura e approccio alla vita. Un "diverso", una di quelle diversità che arricchiscono l'arcobaleno sociale ma che non piacciono al pensiero unico, come non piacciono, spesso, ai poteri tradizionali. Rudra aveva 14 anni quando ha visto trascinare fuori casa il padre Aldo e la madre Gioia Toniolo: l'ultimo ricordo che ha del padre è l'abbraccio in cui quel piccolo nucleo familiare s'è stretto prima della misteriosa dipartita di Aldo.

Aldo coltivava marijuana per uso personale. Il 12 ottobre 2007 viene chiuso in isolamento nel carcere Capanne di Perugia, per le sue ultime 48 ore di vita. Domenica mattina la famiglia viene informata del decesso di Aldo, che, entrato in carcere in salute, ne esce cadavere dopo sole 48 ore: malattie cardiache e nessun segno di violenza, recita il primo referto medico.

L'autopsia, pretesa con forza dalla famiglia, rivela però un'altra terribile verità: quattro ematomi cerebrali, fegato e milza danneggiati, due costole fratturate. Difficile, dunque, immaginare un malore.

Poco tempo dopo anche la madre di Rudra, e del fratello minore Elia, è dipartita anche lei, lasciando l'onere della ricerca della drammatica verità ai due giovani uomini: la sentenza di oggi è un piccolo tassello che accerta solo una parte di quella verità che viene loro negata dal 2007.

La guardia carceraria Gianluca Cantoro è stata condannata a un anno di reclusione per omissione di soccorso e omissione d’atti d’ufficio, ma restano ancora impuniti gli autori dell'omicidio di Aldo Bianzino. Lo spiega nella memoria difensiva l'avvocato di parte civile Fabio Anselmo:

"L’aver omesso la chiamata del medico per Bianzino (giuridicamente qualificata come omissione di soccorso e d’atti dell’ufficio) non poteva e non può essere scissa dalla morte di Aldo Bianzino. [...] La negligenza dell’imputato, che ha omesso di chiamare i soccorsi dopo la richiesta del detenuto, ha privato la persona offesa di una possibilità di salvezza e, tecnicamente, ne ha cagionato la morte. Il fatto di non avere certezze sul successo delle operazioni dei medici, impedite dalla stasi dell’imputato, non significa e non può significare che manca il nesso causale tra l’omissione e la morte."

Le perplessità sulla morte di Aldo Bianzino non sono, dunque, sopite. La famiglia farà di tutto per ottenere la verità.

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