Esclusivo Crimeblog: caso Giuseppe Uva, intervista a Lucia Uva, "Ora via la toga"

Intervista esclusiva a Lucia Uva, sorella battagliera di Giuseppe Uva: "Ora chiedo verità e giustizia"

Lucia Uva, battagliera sorella di Giuseppe, da sei lunghi anni dedica la propria esistenza per fare luce sull'omicidio del fratello, avvenuto per mano di uomini in divisa: una battaglia in solitaria, almeno così è stato fino ad oggi nelle stanze della procura di Varese, che oggi sembra prendere la direzione di verità e giustizia tanto agognata.

Lucia Uva ci dice di non essersi mai arresa, nemmeno di fronte alle continue violazioni della sua dignità, di quella della sua famiglia e, sopratutto, della continua lesione della memoria del fratello Giuseppe. Un'esperienza drammatica che tuttavia ha permesso a Lucia di sentire accanto a se un mondo di solidarietà e vicinanza che non si sarebbe aspettata mai.

La storia di Giuseppe Uva ha dell'incredibile: tradotto in caserma in via Saffi a Varese perchè "molesto", assieme all'amico Alberto Biggiogero nella notte del 14 giugno 2008 (i due avevano bevuto ed erano intenti a spostare alcune transenne nel centro di Varese), Giuseppe muore in ospedale poco dopo l'alba. La colpa ricade, come spesso avviene, sui medici (è così anche nel caso Cucchi), ma la verità è un'altra: incrociando le telefonate al 118 (la prima dello stesso Biggiogero, che non ha assistito direttamente, ma ha ascoltato il pestaggio mortale all'amico, avvenuto in caserma), le intercettazioni agli aguzzini di Uva, le evidenze probatorie, il quadro drammatico che sembra inequivocabile è quello di un morto ammazzato da uomini in divisa.

Un dramma inconfessabile per le stesse divise, che trovano una sponda amica nella procura di Varese, che avvia le indagini ma si concentra su altre responsabilità: il Tso, i medici, l'ospedale. Poi, lentamente, si incrina il muro di omertà e prima si indaga "contro ignoti" della caserma e poi, ancor più lentamente, escono i nomi.

Ma i pm Abete e Arduini costruiscono imputazioni deboli per "illogicità e contraddittorietà" a carico dei responsabili in divisa, scrive il procuratore capo di Varese Isnardi, con il rischio che il processo finisca tutto in una bolla di sapone per le tempistiche bibiliche della giustizia italiana. E, nel frattempo, i video che ritraggono gli interrogatori del pm Abete mostrano non quella terzietà che ad un magistrato è dovuta, anzi evidenti pregiudiziali sui fatti del 14 giugno 2008.

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Come ha preso la decisione del procuratore Isnardi?

"Sono un po' felice e un po' amareggiata, un po' di tutto. E' una buona notizia, si potrebbe anche dire una vittoria, però è anche una sconfitta: in questi sei anni questo pm mi ha proprio torturata, come ha torturato Giuseppe; è stata una battaglia lottata."

Che cosa vi aspettate succeda adesso?

"Ci aspettiamo che adesso parta il vero processo perchè Giuseppe è come se lo avessero ucciso ieri ed oggi si cominciano le ricerche sul perchè sia morto. Questa è la verità. Noi chiediamo che venga fatta luce e i reati che resteranno in piedi vengano pagati tutti per intero (per via del rischio prescrizione, nda)."

Oltre al dolore per la perdita di Giuseppe, cosa altro ha vissuto in questi ultimi sei anni?

"Io personalmente ho dovuto mettere completamente da parte la mia vita, la mia famiglia; i miei figli, il mio lavoro, tutto accantonato per rincorrere dietro ad una verità per la quale bastava solo che il pm facesse il suo lavoro, che non ha fatto. Ho perduto tanto: ho perduto sei anni della mia vita."

Come mai Abate, secondo lei, si è comportato in questo modo? Quale tesi voleva fermamente sostenere?

"Io non so interpretare il suo comportamento, non lo so. Mi vengono in mente però delle parole dette da un avvocato ieri davanti al tribunale, un avvocato dei medici al centro di una mia battaglia di sei anni affinchè venissero prosciolti dall'accusa di essere loro i responsabili della morte di mio fratello. Mi ha detto: 'vede signora, con Abate è dura farcela perchè lei sta cercando la verità mentre Abate vuole nasconderla perchè è amico dei Carabinieri'. [...] Per me lui ha nascosto la verità, io non so il perchè."

E ora che farete?

"Abate si deve togliere la toga. A lui chiederò anche un risarcimento per questi sei anni di processo vuoto, ne ho già parlato con i miei legali."

Ha sentito la vicinanza dello Stato, in questi sei anni?

"Non posso proprio dire di essere stata abbandonata: sono stata ricevuta dal ministro Cancellieri e da altre componenti dello Stato; la procura generale di Roma, il procuratore di Milano, tutti mi dicevano la stessa cosa: 'Aspettiamo perchè dobbiamo fare verifiche'. Insomma, non mi sono sentita abbandonata.
Forse però mi sono sentita tale da parte delle forze dell'ordine, che dovevano tutelare mio fratello e non l'hanno tutelato, e da questo pm che doveva fare 'le nostre' indagini e non ha mai voluto farlo. Sinceramente, mi sono un po' sentita sola all'inizio, quando tutti pensavano che io fossi una pazza ma io volevo solo la verità."

Lucia ci tiene poi a ringraziare in particolare alcune persone che l'hanno sostenuta in questi anni, facendole sentire la vicinanza di un mondo che sarebbe potuto sembrare sordo, all'inizio, ma che poi ha fatto suo il dramma della morte di Giuseppe Uva, fino a mutarlo in una grande lotta per la verità e la giustizia e contro gli abusi in divisa.

"Io devo ringraziare il professor Manconi (Luigi Manconi, senatore del PD, nda) e il mio avvocato Fabio Anselmo (penalista ferrarese che segue anche altri casi di abusi in divisa, nda): ho lottato con loro al mio fianco, anche con l'associazione A Buon Diritto del professor Manconi."

Oltre a "Via la divisa", il motto che unisce tutte le vittime degli abusi di polizia in Italia, recentemente lanciato da Ilaria Cucchi, Patrizia Aldrovandi, Domenica Ferrulli e da Lucia Uva, la stessa Lucia chiede di aggiungere anche un "via la toga", riferendosi al pm Abate che negli ultimi sei anni, a quanto scrive il procuratore di Varese (suo 'capo') ha prodotto atti lacunosi, illogici e contraddittori, atti che rischiavano di far saltare tutto il processo.

La registrazione degli interrogatori avvenuti in procura, con il trattamento riservato all'unico testimone civile del massacro a Uva, il suo amico Alberto Biggiogero, sono un altro elemento che provocano scarsa indulgenza verso il pm Abate. Che, fino a prova contraria, ha agito nell'interesse della verità.

Foto | Claudia Guido su #vialadivisa

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