Camorra: l'ex boss Giuseppe Misso si pente d'essersi pentito

Il collaboratore di giustizia: "mi hanno anche torturato psicologicamente, portandomi due volte a tentare il suicidio"

L'ex camorrista Giuseppe Misso detto Peppe o' chiatt', si pente di essersi pentito, cioè di aver saltato il fosso e iniziato a collaborare con la magistratura. Almeno così ha detto in una video intervista rilasciata a Nanopress.it, visibile sul sito dell'ANSA in anteprima.

Nel suo j'accuse Misso, nipote omonimo dell'ex capoclan storico del rione Sanità di Napoli, dice:

"Io ho affidato la mia vita alla procura di Napoli purtroppo, il mio caso è stato gestito da altri che mi hanno anche torturato psicologicamente, portandomi due volte a tentare il suicidio. Basti pensare che sono stato tre anni in albergo io, mia moglie e due bambini con le valigie a terra, dovevamo prendere gli indumenti da terra".


Dopo un primo arresto per camorra nel 1998, Misso si era pentito a fine marzo del 2007. Oggi non lo rifarebbe:

"Non collaborerei più non perché mi penta di aver fatto arrestare, questa è una scelta che ho maturato, non parlo della pena, perché è giusto che la pago avendo fatto ammazzare tante persone, ed è giusto che pago fino all'ultimo giorno. Però la legge prevede dei benefici che non mi sono mai stati attuati. Il contratto da collaboratore di giustizia prevede una serie di cose, soprattutto la tutela, l'assistenza, cose che in sette anni non ho mai riscontrato".

Giuseppe Misso e suo fratello Emiliano Zapata, anche lui divenuto poi collaboratore di giustizia, dopo i guai giudiziari dello zio, detto 'o nasone, boss indiscusso della Sanità, da metà anni Novanta hanno tenuto le redini del clan camorristico in seguito decimato da una faida contro la cosiddetta Alleanza di Secondigliano e da numerosi arresti.

polizia

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