Cassazione, no al carcere per i giornalisti: "Gravi ed ingiustificati attacchi" alla stampa

La Suprema Corte annulla una condanna al carcere per il direttore ed un giornalista de La Voce di Romagna e parla di "attacchi ingiustificati ai giornalisti"

Come Penelope che tesseva di giorno e disfaceva la tela di notte, così anche lo Stato italiano di giorno legifera con il potere legislativo e di notte annulla tutto con il potere giudiziario.

L'ultimo clamoroso caso di sindrome bipolare istituzionale si è manifestato oggi pomeriggio presso la Corte di Cassazione, che ha annullato con rinvio alla Corte di Appello di Brescia, solo per il trattamento sanzionatorio, la condanna al carcere nei confronti del direttore e di un giornalista de La Voce di Romagna, rei di avere diffamato alcuni militari nel 2006 in un articolo che attribuiva alle parti offese il furto ai danni di un collega, contrariamente al vero.

Un caso che altrove sarebbe stato derubricato al ramo civile della giustizia, al pagamento di una multa e ad una bella rettifica da parte degli autori; in Italia, paese dove amiamo complicare di molto le cose, il tutto è finito sul penale: addirittura la Corte d'Appello di Brescia, rifacendosi alla legge approvata a novembre 2012, aveva commutato ai due una pena carceraria.

Con la sentenza di oggi la Cassazione rimuove ogni dubbio e tuona sui destini delle italiche penne: no al carcere per i giornalisti! La Suprema Corte ricorda che, sulla base della Convenzione sulla libertà di espressione, i giudici dalla Corte dei Diritti umani umani esigono "la ricorrenza di circostanze eccezionali per l’irrogazione, in caso di diffamazione", della condanna al carcere "sia pure condizionalmente sospesa".

Nella sentenza di oggi la Cassazione esorta (di più non può fare) a non infliggere pene carcerarie nel caso di condanne per diffamazione, ma solo multe. Questo viene motivato in maniera piuttosto chiara ed allarmante:

"[...] la categoria è attualmente oggetto di gravi ed ingiustificati attacchi da parte anche di movimenti politici proprio al fine di limitare la loro insostituibile funzione informativa [...] l’orientamento della Corte Edu esige la ricorrenza di circostanze eccezionali per l’irrogazione, in caso di diffamazione a mezzo stampa, della più severa sanzione, sia pure condizionalmente sospesa, sul rilievo che altrimenti non sarebbe assicurato il ruolo di ‘cane da guardia’ dei giornalisti, il cui compito è di comunicare informazioni su questioni di interesse generale e conseguentemente di assicurare il diritto del pubblico di riceverle."

un passaggio di non poco conto, visto il clima forcaiolo che si respira negli ultimi anni. La Cassazione sostanzialmente spiega che non è impensabile condannare alle patrie galere un giornalista diffamante, ma per farlo occorre che dal reato di diffamazione se ne prefiguri uno più grave (ad esempio, se diffamando Tizio, il giornalista Caio proponesse al lettore di andare a manifestare sotto casa sua, fornendo anche l'indirizzo).

Buttando un occhio ai lavori parlamentari inoltre la Cassazione ha anche attribuito tale indirizzo al legislatore, mostrando come tutti gli elementi indirizzino verso la pena pecuniaria e non a quella carceraria.

Il rischio di pene carcerarie, sottolinea la Corte, fa venir meno quel sacro ruolo di "cane da guardia" che il giornalismo si è ritagliato in qualità di quarto potere, un controllo che a dire la verità è sempre più mani e piedi dentro il palazzo e sempre meno nei fatti, ma tant'è.

Italian Supreme Court To Rule On Berlusconi Tax Fraud Case

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