Omicidio Meredith, Sollecito: nessuna prova contro di me

Sollecito All'AdnKronos: "La mia posizione non è stata semplicemente trascurata ma proprio dimenticata".

Raffaele Sollecito, condannato con Amanda Knox nel processo d’appello bis per il delitto di Perugia (l’omicidio di Meredith Kercher nel 2007) torna sulla vicenda processuale che lo riguarda e per cui si dovrà attendere ora il giudizio definitivo della Corte di Cassazione.

In una intervista concessa oggi all’Adnkronos l’ex fidanzato di Amanda parla della sentenza del 30 gennaio e della discussa intervista del presidente della Corte d’assise d’appello di Firenze Alessandro Nencini che all’indomani del verdetto ha adombrato incautamente le motivazioni della condanna bis.

Dice Raffaele:

''Secondo i magistrati, siccome ho in qualche modo supportato Amanda, dovevo essere anche io coinvolto. Secondo me questa cosa è aberrante''.

Dalla sua abitazione di Bisceglie dopo la nuova condanna a 25 anni - 28 ad Amanda la quale ha fatto sapere che lotterà per la sua innocenza fino alla fine, ma dagli USA - Sollecito si difende forse più di quanto abbia fatto nel processo dove ha fatto solo dichiarazioni spontanee (senza farsi interrogare):

''La mia posizione non è stata semplicemente trascurata ma proprio dimenticata. In tutti i processi non ero minimamente presente, se non all'interno di indagini scientifiche. Si è parlato per decine e decine di udienze del dna ma del motivo per il quale io sono accusato di questo delitto non si è mai detto nulla se non il fatto che ero il fidanzato di Amanda e siccome ero molto spesso con lei e trascorrevamo molte serate insieme, io dovevo essere in qualche modo partecipe del delitto".

Sollecito spiega:


“Io non ho supportato Amanda perché in qualche maniera mi portasse un vantaggio concreto. L'ho supportata semplicemente perché non potevo e non posso credere a una sua colpevolezza perché non ci sono dati di fatto. Ma non è che siccome io l'ho supportata, devo essere per forza colpevole. Questo diventa un indizio di colpevolezza mentre prima di tutto mi devono spiegare perché io dovevo partecipare a un delitto del genere, perché dovevo voler male a Meredith Kercher che non la conoscevo neppure. Non che non l'ho mai vista ma nel senso che non ho mai avuto un dialogo con Meredith. Non c'è nessun motivo per cui in quel periodo dovevo avere minimamente l'idea di far del male a una persona, a una ragazza che neanche conoscevo quando vivevo una vita felice. Ed ero in un periodo particolarmente felice. Quindi non ha nessun senso che mi si attribuisca una responsabilità semplicemente perché ero fidanzato di Amanda''.

Sul giudice Nencini aggiunge:

"Il fatto stesso che il presidente riteneva importanti le mie dichiarazioni mi fa constatare, a livello logico, che non aveva effettivamente nessuna prova fattuale contro di me''.

Il presidente della Corte d’assise d’appello di Firenze nell’intervista in questione, così come riportata dal quotidiano cui l’ha concessa, aveva detto che l’omicidio di Meredith sarebbe avvenuto per una specie di casualità:

"Abbiamo una convinzione e la espliciteremo nella sentenza. Al momento posso dire che fino alle 20,15 di quella sera i ragazzi avevano programmi diversi, poi gli impegni sono saltati e si è creata l’occasione. Se Amanda fosse andata al lavoro probabilmente non saremmo qui".

Lo stesso Nencini ha ammesso di essere consapevole che questa sarà la parte più discutibile della sentenza di condanna. Il giudice è ora oggetto di un'istruttoria avviata nei suoi confronti dal pg della Cassazione per l'intervista concessa prima del deposito delle motivazioni (tra un'ottantina di giorni).

  • shares
  • Mail