Roberto Berardi, l'italiano in carcere in Guinea Equatoriale

Da un anno Roberto Berardi è detenuto in Guinea Equatoriale: una storia incredibile tra violenze, torture e vessazioni. E tantissimi soldi.

a:2:{s:5:"pages";a:3:{i:1;s:0:"";i:2;s:36:"La mobilitazione per Roberto Berardi";i:3;s:29:"La lettera di Roberto Berardi";}s:7:"content";a:3:{i:1;s:5980:"

Roberto Berardi è un cittadino italiano di 48 anni che fino a gennaio 2013 ha svolto il suo mestiere di imprenditore, per 20 anni, in Africa: qui ha costruito strade, palazzi, ponti ed acquedotti, qui, in Africa, Roberto Berardi ha trovato la sua America.

Circa due anni fa, mentre lavorava in Camerun, la strada di Berardi ha incrociato quella di Teodorin Obiang, figlio del Presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Mbasogo e ministro dell'agricoltura nel suo Paese: Berardi ottiene da Obiang commesse per lavori in Guinea Equatoriale, un paese in cui i diritti umani sono assenti per fare posto alla sete predatoria della famiglia Obiang, che utilizza le casse dello Stato come il proprio bancomat personale.

Teodorin Obiang è un personaggio estremamente controverso, per non dire criminale: nonostante uno stipendio ufficiale equivalente a 35mila euro l'anno (un mucchio di soldi in Guinea Equatoriale) il figlio prediletto del Presidente possiede uno yacht da 375 milioni di dollari, che si aggiunge ad un parco auto di lusso di tutto rispetto, un jet privato da 35 milioni di dollari, una megavilla a Malibu, in California, ed una in Costa Azzurra, più una lunghissima serie di stravizi (possiede, ad esempio, il guanto di Michael Jackson del tour "Bad"); una famiglia, quella Obiang, con qualche problemino di giustizia internazionale: Teodoro Obiang, il padre-dittatore della Guinea Equatoriale, rischia di essere deferito alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’Umanità mentre il figlio Teodorin è rincorso da un mandato di cattura internazionale emesso in Francia e, più di recente, da un processo per truffa negli Stati Uniti (legata, in qualche modo, all'aquisto del guanto di Bad e alla vicenda Berardi).

Proprio agli affari di Obiang negli Stati Uniti si lega la drammatica vicenda di Roberto Berardi: la società costituita in Guinea da Berardi, la Eloba Costruzioni di cui deteneva il 40% delle quote sociali, mentre il restante 60% apparteneva a Teodorin Obiang (come vuole la prassi africana in questi casi), è infatti al centro di un'inchiesta americana per riciclaggio di denaro e truffa.

A seguito di alcune operazioni illecite sul conto corrente della società, scoperte (in ritardo) da Berardi, che ha trovato ammanchi milionari nei conti della Eloba chiedendone conto al socio africano, l'imprenditore italiano è stato prelevato da casa e sbattuto in una cella del carcere di Bata con l'accusa di frode fiscale. La sua colpa è stata quella di pretendere spiegazioni da Obiang.

Le testimonianze di chi lavorava per Berardi ("ha dato fondo alle proprie finanze per onorare gli impegni con i lavoratori e i committenti") raccontano una persona assolutamente al di sopra di ogni sospetto trovatasi in un gioco più grande di lui.

In quella cella Berardi si trova imprigionato da oltre un anno, subendo maltrattamenti e violenze continue: bastonate, frustate, veri e propri atti di tortura e violenze di ogni tipo, che ne mortificano il corpo.

Roberto Berardi - italiano in carcere in Guinea Equatoriale

Roberto Berardi - italiano in carcere in Guinea Equatoriale
Roberto Berardi - italiano in carcere in Guinea Equatoriale
Roberto Berardi - italiano in carcere in Guinea Equatoriale
Roberto Berardi - italiano in carcere in Guinea Equatoriale
Roberto Berardi - italiano in carcere in Guinea Equatoriale

Queste foto, che la famiglia di Roberto Berardi ci autorizza a pubblicare, sono un elemento ulteriore nelle violenze che l'imprenditore italiano è costretto a subire.

Dopo un sommario processo Berardi si trova oggi nel baratro del carcere, con una condanna a 2 anni e quattro mesi ed una multa milionaria da pagare (senza quei soldi sarà difficile vederlo uscire dal carcere, anche una volta scontata la pena); l'ammissione di colpevolezza in cambio della sua libertà gli è stata offerta più volte, sempre rigettata con sdegno dall'imprenditore.

Il rifiuto di Berardi, e le informazioni uscite proprio su questa lettera, sono costate all'imprenditore una giornata di violenze il 31 gennaio scorso, che lo stesso Roberto Berardi racconta di seguito al senatore Manconi. Le foto che avete visto sono il risultato di quel pestaggio.

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La mobilitazione per Roberto Berardi

foto

Troppo poco è stato fatto per Roberto Berardi nell'ultimo anno: è solo grazie alla forza inesauribile della famiglia di Berardi che oggi possiamo raccontarvi questa storia, uscita a spizzichi e bocconi su qualche media, mai approfondita, mai realmente denunciata.

Ovviamente, i primi ad essere stati avvertiti sono i funzionari del Ministero degli Esteri e dell'Unità di Crisi della Farnesina: persino il vice ministro Pistelli, il console Nico Longo ed il responsabile dell'ufficio che si occupa degli italiani detenuti all'estero, dott. Panebianco, si sono interessati alla vicenda. Il problema fondamentale è l'assenza di rapporti tra Italia e Guinea, cosa che rende limacciosa e lenta la trattativa con il governo guineiano. Ad appesantire ulteriormente il tutto c'è l'assenza di una rappresentanza italiana in Guinea (il consolato più vicino è quello in Camerun).

Berardi, i familiari raccontano di una sua fuga dal carcere finita miseramente davanti alle porte (chiuse) del consolato spagnolo, dove è stato riacchiappato dai suoi carcerieri, cerca in ogni modo di far arrivare messaggi all'esterno, riuscendoci al prezzo di nuove, incredibili, violenze.

Anche il Papa si è interessato alla vicenda di Roberto Berardi, dopo che il nunzio apostolico in Guinea Equatoriale Piero Pioppo pare si sia eclissato: "Non posso fare niente per te". In una lettera consegnata dai familiari a Papa Francesco prima di Natale (sono state ben cinque), ripresa in un Angelus e consegnata al dittatore africano, l'urlo di disperazione dei parenti era giunto fino alle alte sfere pontificie. Sembrava tutto quasi pronto per sbloccarsi, con il Presidente africano che aveva firmato una lettera di scarcerazione, poi strappata dal figlio Teodorin.

In tutto questo, Teodoro Obiang è stato ricevuto a Roma, dal Papa, nel mese di ottobre 2013. Nessuno dalla Farnesina si sarebbe fatto vivo con il dittatore africano.

Non vogliamo, e non possiamo (non avendone gli strumenti) criticare l'operato, certamente difficile, dei funzionari del Ministero degli Esteri italiano, che da un anno circa mantiene un profilo basso in questo genere di vicende (è stato così durante il sequestro di Domenico Quirico in Siria ed è ancora così con il sequestro di padre Dall'Oglio, sempre in Siria), mentre monta l'indignazione nel caso Marò. Certamente sono casi molto differenti, con un peso diplomatico differente, ma la politica del governo decisa in questi casi è, da anni, sempre la stessa: trattare per riportare a casa i nostri connazionali. Altrettanto vere, e documentate, sono le violenze che subisce Berardi in carcere ogniqualvolta in Italia si pubblica qualcosa sul suo conto; secondo Manconi, citato da Agenzia Radicale, le foto del corpo offeso di Berardi potrebbero accelerare le trattative; di certo, gli garantiscono le botte.

Tuttavia a Roberto Berardi questo pare non importare: ciò che preme all'imprenditore detenuto all'estero, spiegano i familiari, è che si parli della sua vicenda, che si faccia qualcosa, tutto il possibile, per portarlo a casa dalla sua famiglia.

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La lettera di Roberto Berardi

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Temendo per la mia vita , scrivo nella speranza che qualcuno possa e voglia aiutarmi ad uscire da una situazione che mi vede protagonista e che mi ha portato, da incolpevole, ad
essere detenuto nelle carceri della Repubblica di Guinea Equatoriale ormai da 4 mesi senza nessun capo d’accusa e senza prove a mio carico..
Mi chiamo Roberto Berardi, ho 48 anni e ho passato metà della mia vita in Africa come imprenditore edile e costruttore strade. Ho vissuto in vari stati africani, e negli ultimi 2 anni in Guinea Equatoriale, dove ho fondato un’impresa, la Eloba Costruccion. Conoscendo le leggi Africane e avendo sempre fatto del mio meglio per rispettarle, anche qui mi sono adeguato alla consuetudine che vuole che ogni imprenditore sia associato con un partner locale, e nel mio caso è stato espresso l’interesse da parte del Sig. Teodoro Nguema Obiang Mangue, vice Presidente nonché figlio del Presidente, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Ovviamente lusingato, abbiamo iniziato la nostra collaborazione. Col tempo mi sono stati affidati diversi appalti, per avviare i quali , nella maggior parte dei casi, ho fatto affidamento sulle mie forze economiche, contando poi di rientrare dei miei esborsi a pagamenti effettuati. Sembrava procedesse tutto bene fino a quando ho riscontrato delle anomalie contabili e movimentazioni sui conti di cui non sapevo nulla. In una discussione con il Sig. Vicepresidente, mio socio al 60%, ho chiesto chiarimenti, ottenendo come unico risultato quello di essere prelevato nella notte dalla mia casa, strappato alla mia famiglia e tradotto in carcere.
Accusato di furto, privato del passaporto, e sottoposto ad ogni genere di controllo, che peraltro non ha prodotto nessun addebito a mio carico e non ha riscontrato nessun comportamento scorretto o appropriazione indebita. Nonostante tutto, anche in assenza di accuse precise, vengo ancora detenuto, mi viene negata la possibilità di rientrare in Italia, e di rivedere i mie figli, ai quali manco da oltre un anno, privato di ogni sostegno economico, isolato dal mondo e privato di ogni contatto con l’esterno, senza poter ricevere cure mediche, e alimentazione insufficiente. La mia famiglia sta tentando in ogni modo di coinvolgere gli organi preposti del Governo Italiano, fino ad ora senza risultati. Governo Italiano, fino ad ora senza risultati. Prego chiunque ne abbia la possibilità di aiutarmi a tornare nel mio paese, raggiungendo il limite. Sono consapevole dei numerosi problemi che attualmente gravano sul nostro paese, ma spero che qualcuno trovi un momento per prendere a cuore il mio caso, tentando un intervento diplomatico con il Presidente Obiang e consentirmi di porre fine a questa ingiusta detenzione,prima che sia troppo tardi.
Porgo i miei ossequi confidando nell’aiuto da parte della mia Nazione.

Grazie.

Come vive oggi Roberto Berardi?

Grazie al senatore democratico Luigi Manconi abbiamo degli aggiornamenti "freschi" sulle condizioni di Roberto Berardi, uno dei 3000 italiani incarcerati all'estero dei quali nessuno si occupa.

"In questo momento, da due mesi e tre giorni sono in una cella di isolamento 24 ore al giorno; ci sono 40 gradi centigradi e sono dimagrito [...] fra 15 e 20 kg. Sul piano della salute c'è il problema della malaria: mi stanno facendo vivere con una stuoia di gommapiuma per terra, quindi sono soggetto come tutti quanti a pizzichi di zanzare. Non abbiamo acqua potabile, non abbiamo acqua corrente, quindi a noi una volta al giorno ci portanooil secchio dell'acqua e io con quell'acqua mi devo lavare, eccetera.
Mi hanno sempre rifiutato le visite mediche. [...] Qui danno un pasto al giorno che corrisponde a due manciate di riso con ali di pollo [...]. (La cella, ndr) è di 3 metri e 50 per 2 metri, forse 2 metri e 10, con una finestrella di 30 centimetri. Sono qui da un anno e tre mesi.
In tutto dovrebbero esserci, qui, circa 270, tra cui 130 circa sono poliziotti, militari e gendarmi.
[...] L'ultima volta che sono stato picchiato era il 31 di gennaio, mi sembra. Erano in quattro [...] qui, questo genere di "lezioni dure" le danno con molta facilità, ne avverranno 3-4 al giorno. E' raccapricciante. La pratica è quella delle frustate: quando va bene ti frustano sulle chiappe per lasciare il meno possibile i segni. [...]
L'ultima volta mi hanno frustato sopratutto sulla schiena: mi tenevano e mi frustavano: mi hanno dato una quindicina di scudisciate che proprio...un dolore enorme, con canne di due centimetri intrecciate a gruppi di tre. E' successo altre due volte.
Non ho mai potuto incontrare il console spagnolo da solo. Non mi è stato permesso e mi è stato detto dal console: "mi dispiace, non posso far niente".
[...]
Io continuo a svegliarmi alle 5 della mattina, come ho sempre fatto in tutta la mia vita. [...] Mi faccio un Nescafè, un po' di ginnastica, mi raso e mi preparo come se fosse l'ultimo giorno della mia vita: non permetterò mai che questa gente mi veda in uno stato di abbandono."

Ha spiegato Berardi al telefono con il senatore Manconi. E' il tempo il nemico peggiore di Berardi, il tempo che conta passato in piedi, poi seduto, poi sdraiato sul materassino: è il tempo il nemico, il sequestratore ed il migliore amico di Berardi. ";}}

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