Cella zero di Poggioreale, la procura di Napoli indaga sugli abusi di polizia in carcere

Le violenze nella "cella zero" di Poggioreale: la procura di Napoli indaga

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Nella smorfia napoletana il numero 11 rappresenta 'e suricille, i topolini, ma anche il carcere di Poggioreale a Napoli: il numero 11 a Poggioreale ricorre spesso ed è oggi oggetto di un indagine della Procura della Repubblica partenopea su alcuni presunti abusi ai detenuti.

11, 'e suricille: topi sono anche le persone recluse a Poggioreale, così come gli ospiti indesiderati, i topi veri, che pullulano le segrete del carcere napoletano. 11, come il carcere stesso.

Ma ecco che l'11 ricorre ancora: 1 contro 1, agente contro detenuto, una sfida persa (o vinta, a seconda della qualifica) in partenza, una sfida che si sarebbe tenuta nella fantomatica "Cella Zero" del carcere di Poggioreale, un luogo che il Sap (Sindacato Autonomo di Polizia) sostiene di non conoscere ma che quattro pagine dattiloscritte in Procura a metà settembre davanti al pm Vincenzo Piscitelli descrivono come luogo di orrore e disperazione.

A denunciare tutto è Pietro Ioia, ex detenuto a Poggioreale che si batte da sempre per i diritti dei detenuti contro le violenze di polizia e che, per questo, ha creato un'associazione di ex-detenuti.

Ioia racconta ai pm come vivono i 2600 reclusi a Poggioreale (1503 posti è la capienza regolamentare), che se hanno un problema medico ottengono la Pillola di Padre Pio (il Buscopan, chiamato così perchè quella c'è e con quella il male te lo devi far passare), che solo nel 2013 hanno visto morire quattro compagni di carcere, che oggi sostengono con forza Vincenzo Di Sarno, che chiede l'eutanasia al Presidente della Repubblica, e la battaglia di Nobila Scafuro, che chiede verità e giustizia per la morte del figlio Federico Perna.

Ioia non si accontenta di raccontare al pm l'orrore del sovraffollamento, le inumane condizioni di detenzione, la violazione dei più basilari diritti umani da parte dello Stato italiano: Ioia racconta di una stanza, la "Cella Zero", che sarebbe utilizzata dagli agenti Polizia Penitenziaria del carcere per pestaggi e violenze ai detenuti:

"È una storia antica, non si tratta purtroppo di una novità. Dieci anni fa capitò anche a me e ai miei nove compagni di cella, a Poggioreale; durante un controllo gli agenti scoprirono un mazzo di carte da gioco napoletane, all'epoca tenerle in carcere era vietato. Uno a uno venimmo accompagnati nella cella zero e picchiati selvaggiamente. [...] Tra il personale della polizia penitenziaria la stragrande maggioranza è composta da persone perbene, che lavorano e lo fanno anche con grande umanità a Poggioreale; poi c'è una piccola ma agguerrita minoranza che la sera, sempre dopo le 22,30, si "diverte" prendendo di mira alcuni detenuti. Non so come li scelgano: lì basta che risulti antipatico a uno di loro che puoi finire nella cella zero... Una volta dentro ti fanno spogliare e cominciano le percosse, a mani nude ma anche con manganelli o con le scarpe"

si legge nelle pagine dattiloscritte in procura a Napoli; la storia della "Cella Zero", riferisce Ioia, non è ferma a 10 anni fa: è una storia che continua a ripetersi, anno dopo anno, settimana dopo settimana, una storia che drammaticamente si collega alle lettere di Federico Perna alla madre ("mi stanno uccidendo" scriveva dal carcere), ma anche al recente caso di un commerciante del rione Sanità, finito in carcere per reati comuni e pestato, ora sul tavolo del pm Piscitelli assieme ad altre 50 casi sospetti di maltrattamento, arrivati in procura grazie alla denuncia dei reclusi ad Adriana Tocco, Garante dei detenuti in Campania.

"Le violenze a Poggioreale sono cosa risaputa e riguardano alcune frange della polizia penitenziaria che si comportano in maniera indegna e non professionale. Ma non demonizziamo tutta la categoria. [...] Anch’io ho segnalato alla direzione penitenziaria alcuni episodi di pestaggi che mi sono stati raccontati in via confidenziale dagli stessi detenuti. Ovvio che non ho potuto fare i loro nomi perché altrimenti avrebbero avuto vita difficile in cella."

ha dichiarato don Franco Esposito, cappellano del carcere. Testimoni oculari e vittime di violenza raccontano di schizzi di sangue sui muri della cella, di veri e propri squadroni della violenza in divisa, di pestaggi incredibili e torture durate anche diverse ore. Spetterà agli inquirenti capire se queste storie sono frutto di una ben congeniata diffamazione ai danni degli agenti, rei di fare il proprio mestiere, o di una drammatica realtà che lo Stato continua a non voler guardare.

La procura di Napoli ha ora in piedi, ufficialmente, due fascicoli distinti su presunti abusi nel carcere di Poggioreale: al dramma della Cella Zero, ancora presunto (seppur suffragato da numerose testimonianze) si aggiunge quello, certo, delle condizioni di detenzione: a Poggioreale manca l'essenziale, dalle medicine all'assistenza medica; persino il cibo scarseggia (spesso i detenuti che vengono serviti per ultimi non ricevono la medesima razione degli altri), così come l'acqua. Al dramma che si vive dentro il carcere si aggiunge però il contesto sociale all'interno del quale Poggioreale è inserito: le "file della vergogna", interminabili ed ignobili code cui i parenti dei detenuti sono costretti per ore, prima di incontrare i detenuti, sono solo la cartina tornasole di un Paese sull'orlo del baratro del diritto.

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