Delitto di Perugia, parla il giudice: “è stata una scelta sofferta”

I due imputati avevano dei programmi per quella sera, ma all’ultimo momento sono saltati e, dice il giudice, si è creata l’occasione per uccidere Meredith.

La nuova condanna di Amanda Knox e Raffaele Sollecito continua a tenere banco sulle prime pagine dei quotidiani italiani, inglesi e statunitensi e le reazioni dei diretti interessati non mancano di far discutere. Dopo aver letto e sentito i commenti a caldo dei due condannati, oggi a parlare è l’uomo che li ha condannati, il giudice Alessandro Nencini, presidente della Corte d’Assise d’Appello di Firenze.

Il giudice, in attesa delle motivazioni della sentenza che arriveranno da qui a 90 giorni, svela quale retroscena su questo lungo processo, giudiziario e mediatico. Intervistato dal Corriere della Sera, il presidente ha dichiarato:

Mi sento liberato perché il momento della decisione è il più difficile. Ho anche io dei figli e infliggere condanne da 25 e 28 anni a due ragazzi è una cosa emotivamente molto forte. […] Gli atti di questo processo occupano mezza stanza, ci sono 30 perizie. I giudici popolari, che non sono addetti ai lavori, dovevano prendere cognizione del fascicolo per arrivare a una decisione condivisa, come deve essere quella di una Corte d’Assise. Bisogna esaminare i documenti, ragionarci sopra. Lo abbiamo fatto prendendoci tutto il tempo necessario tenendo conto che anche la vittima era una ragazza.

Il verdetto, insomma, è stato particolarmente difficile e, come richiesto dalla Cassazione, ha dovuto prendere in considerazione anche la condanna in via definitiva di Rudy Guede, complice del delitto. I giudici, però, non hanno ritenuto opportuno interrogare nuovamente il giovane ghanese:

A che pro? Lui non ha mai confessato e anche se l’avessimo convocato aveva la facoltà di non dire nulla. Non l’abbiamo ritenuto necessario. Invece ci sembrava importante approfondire altri aspetti e infatti abbiamo disposto una perizia e ascoltato i testimoni sui quali c’erano dubbi. È il ruolo dei giudici di appello. In quattro mesi siamo riusciti ad arrivare alla definizione.

Raffaele Sollecito, condannato a 25 anni di carcere, ha preferito non essere interrogato:

È un diritto dell’imputato, ma certamente priva il processo di una voce. Lui si è limitato a dichiarazioni spontanee, ha detto soltanto quello che voleva senza sottoporsi al contradditorio.

Dovremo attendere ancora un po’ per conoscere le motivazioni di questa sentenza, ma il giudice ha già anticipato quello che, secondo la Corte, sarebbe stato il movente del delitto: la noia. I due imputati avevano dei programmi per quella sera, ma all’ultimo momento sono saltati e, dice il giudice, si è creata l’occasione.

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